"Perché sei così poco considerato nel circondario, caro Jan Andersson? Perché sei sempre lasciato da parte? Tu sai che ce ne sono molti che sono poveri come te e scarsi sul lavoro, ma nessuno è tenuto in così poco conto come te. Che cosa ti manca, mio caro Jan Andersson?"
Questa domanda se l'era già fatta tante volte, ma sempre inutilmente. Anche adesso non sperava neanche di trovare una risposta. Forse, tutto sommato, non era a lui che mancava qualcosa. Forse la spiegazione vera era che Dio e gli uomini erano ingiusti verso di lui?
Arrivato a tale conclusione, scostò le mani dagli occhi e cercò di darsi un'aria spavalda.
"Se riuscirai mai a rientrare nella tua casetta, mio caro Jan Andersson", disse, "non devi neppure rivolgere uno sguardo al marmocchio. Devi soltanto avvicinarti al camino e metterti lì e scaldarti, senza dire una parola". […]
Stava giusto per alzarsi, quando la padrona di Falla comparve all'entrata della legnaia. Gli fece un cenno con grande gentilezza e lo invitò ad entrare nella casa per vedere il neonato. […]
Al primo sguardo Jan Andersson vide che lì dentro tutto era a posto e in ordine. La caffettiera stava a raffreddare sul bordo del focolare, sulla tavola presso la finestra erano disposte le tazze da caffè della padrona di Falla sopra una tovaglia candida. Kattrinna era a letto e due donne, andate là per aiutare, si erano messe vicine al muro, perché Jan potesse vedere con un unico sguardo tutto quello che avevano preparato.
In mezzo, davanti alla tavola apparecchiata, stava la levatrice con un fagotto fra le braccia.
Jan non poté fare a meno di pensare che per una volta si sarebbe detto che era lui il personaggio più importante della compagnia. Kattrinna lo guardava dal letto con uno sguardo tenero, come a chiedergli se era soddisfatto di lei. Anche le altre volgevano gli occhi verso di lui, quasi attendessero elogi per tutto il disturbo che si erano prese per conto suo.
Ma non è così facile essere contenti, quando per una giornata intera si è rimasti seduti ad accumulare rabbia e freddo. […]
Allora la levatrice fece un passo avanti. E la casetta era così piccola che con un sol passo gli arrivò praticamente addosso e gli mise fra le braccia il neonato.
“Ecco qui, Jan, è una pupa, ed è quel che si dice una bellezza”, disse.
E Jan Andersson si trovò lì a tenere tra le mani una piccola cosa calda e tenera avvolta in un grande scialle. Lo scialle era ripiegato in modo da lasciargli vedere il visetto rugoso e le manine avvizzite. Stava lì impalato e si chiedeva che cosa si aspettavano che se ne facesse, le donne, di quel fagotto che la levatrice gli aveva messo fra le braccia, quand'ecco all'improvviso sentì una scossa che fece tremare lui e la bambina. Non veniva da nessuna delle persone presenti, eppure non riusciva a rendersi conto se fosse stata la piccina a trasmetterla a lui o lui alla piccina. E subito il cuore cominciò a battergli nel petto come non era mai accaduto prima, e di colpo non si sentì più intirizzito, né triste, né irrequieto, né arrabbiato e gli parve invece di star proprio bene. La sola cosa che lo inquietava era di non riuscire a capire perché il cuore dovesse battere e martellare in quel modo nel suo petto, dal momento che lui non aveva né ballato, né corso, né si era arrampicato su per montagne scoscese.
"Vi prego", disse alla levatrice, "mettete la mano qui, e sentite! Mi sembra che il cuore batta in un modo così strano".
"E proprio batticuore", asserì la levatrice, "forse ci andate soggetto ogni tanto?"
"No, non l'ho mai avuto prima ", assicurò Jan. "Mai in questo modo".
"Non vi sentite bene, allora? Avete male in qualche posto?"
No, no davvero.
La levatrice non riusciva a capire che cosa gli succedesse. "Ad ogni buon conto vi prendo la bambina", disse.
Ma allora Jan sentì che non voleva staccarsi dalla piccina.
"No; lasciatemela tenere ancora, la bimbetta", replicò.
E le donne dovettero leggere nei suoi occhi, udire nella sua voce, qualcosa che le rese allegre, perché la levatrice increspò le labbra e le altre scoppiarono addirittura in una gran risata.
"Non era mai capitato prima di voler così bene a qualcuno da avere il batticuore per causa sua?", chiese la levatrice.
“No", rispose Jan.
E nello stesso istante capì cos'era stato a far battere il suo cuore. E non soltanto questo: cominciò anche a intuire cosa gli era mancato per tutta la vita. Perché chi non sente battere il cuore nel dolore o nella gioia non può di certo essere considerato un vero essere umano.
































