Il piacere di leggere, il coraggio di sognare, la voglia di crescere. Narrativa, e non solo.
26 agosto 2019
Akropolis: la grande epopea di Atene
Valerio Massimo Manfredi, con Akropolis: la grande epopea di Atene, vince la sfida e presenta con uno stile gradevolissimo - pur senza cedimenti all'approssimazione - la storia dell’antica polis: le origini mitologiche, la nascita della democrazia, l’egemonia e le guerre, lo splendore e l’arte. Ma soprattutto i personaggi che l’hanno resa grande: Pericle, Socrate, Alcibiade, Fidia…
Intorno alle vicende di Atene si dipanano quelle di altre città, e di altri popoli: Mileto, Sparta, la grande Persia…
Nomi e fatti che tutti già incontrammo almeno una volta sui libri di scuola, quand'eravamo ragazzi; ma a distanza di tempo è un piacere rispolverarli e assaporarli (finalmente senza l’assillo del compito in classe!).
Godetevi con me la pagina in cui si racconta che cosa accadde dopo la battaglia di Maratona.
A quel punto Dati [l’ammiraglio persiano] pensò a un'azione di contrattacco e diede ordine di far vela verso il Pireo. La città era difesa da poche truppe della riserva mentre il grosso delle forze era ancora a Maratona e inoltre, vedendo apparire la flotta persiana, gli ateniesi avrebbero certamente pensato che la battaglia era perduta, che la loro gioventù migliore era stata falciata e che conveniva arrendersi.
Milziade [il comandante ateniese] si rese immediatamente conto che l'enorme risultato della sua vittoria sarebbe potuto essere vanificato dall'abile contromossa del nemico se il governo non fosse stato avvertito. Chiamò Fidippide, il corridore, e gli comandò di raggiungere la città e di avvertire di non arrendersi per nessun motivo perché il loro esercito vittorioso stava per arrivare.
Fidippide, dopo aver combattuto con i suoi compagni fino a giorno inoltrato, depose le armi e si slanciò di corsa sulla strada di Atene. Non poca di quella strada era in salita attraverso sentieri impervi e malagevoli, ma il giovane sapeva che era in gioco la salvezza della città. Arrivò al tramonto gridando con le ultime forze «Nike! Nike!» (Vittoria! Vittoria!) e crollò al suolo senza vita, stroncato dall'immane fatica. La città sbarrò le porte e rinforzò i corpi di guardia e quando la flotta di Dati si presentò in rada fu subito chiaro all'ammiraglio persiano che il vantaggio della sorpresa su cui contava era svanito. Gli ateniesi sapevano di aver vinto ed erano pronti a respingere qualunque attacco. Non gli restò che ritornarsene indietro ad affrontare la collera del suo sovrano. Gli spartani arrivarono a battaglia finita e si ritirarono senza aver nemmeno messo mano alla spada. Fidippide aveva percorso in poche ore più di quaranta chilometri: il suo sacrificio viene ricordato ogni quattro anni nelle olimpiadi moderne quando atleti di tutte le parti del mondo gareggiano sulla stessa distanza da lui percorsa per guadagnare il riconoscimento più ambito e più prestigioso, quello dei corridori «maratoneti».
14 febbraio 2018
Il mio nome è Nessuno
«I classici riescono a parlare agli uomini di ogni epoca mantenendo intatti il loro valore e la loro vitalità», afferma Valerio Massimo Manfredi commentando Il mio nome è Nessuno, suo riuscitissimo romanzo storico-mitologico sulla figura di Ulisse.
In queste settimane mi sono gustata i due volumi principali della trilogia.
- Il giuramento si richiama a grandi linee all'Iliade. Parte dall'infanzia del grande Odysseo, figlio di Laerte re di Itaca, e segue le sue avventure di valoroso e astuto guerriero. La guerra di Troia è raccontata magistralmente, con una passione storica e un'efficacia narrativa non comuni.
- Il ritorno ricalca l'Odissea. Dopo la caduta di Troia Ulisse si rimette in viaggio per tornare alla sua Itaca, ma l'ostilità degli dei lo costringe a lunghi anni di vagabondaggi tra mille pericoli e drammatiche perdite. Alla fine tornerà a casa, dove lo attendono nuove prove.
- So che è stato pubblicato un terzo volume - L'oracolo - ambientato però ai giorni nostri e solo marginalmente collegato all'epopea di Odysseo. Non l'ho ancora letto, e per ora non rientra nella mia "wish list" prioritaria.
17 gennaio 2018
L'ultima legione
Siamo nel 476 d.C. La legione “Nova Invicta”, ultimo baluardo
della romanità, viene travolta da un'orda di barbari che semina morte e
distruzione. Solo pochi legionari sopravvivono al massacro.
A loro si aggiunge Livia, giovane guerriera dal coraggio
indomito e dalle capacità inesauribili.
La storia affida al piccolo gruppo una missione
apparentemente disperata: difendere - anche a costo della propria vita - il giovanissimo Romolo Augusto, ultimo
imperatore romano d'Occidente, unitamente al suo misterioso precettore Meridius Ambrosinus.
È un romanzo dal ritmo incalzante e pieno di colpi di scena,
L'ultima legione di Valerio Massimo Manfredi; ma ciò che più avvince è l’atmosfera
di fine epoca, venata di nostalgia per una romanità ormai al crepuscolo.
«Questo posto è abbandonato da anni, qui cade tutto a
pezzi» gli fece eco Vatreno. Batiato saggiò la stabilità di una scala che
portava al camminamento di ronda e l’intera struttura rovinò al suolo con
fragore.
Ambrosinus sembrava smarrito, quasi sopraffatto da quella
desolazione.
«Ma davvero ti aspettavi di trovare qualcuno in questo
posto?» lo incalzò Aurelio. «Io non ci posso credere. Guarda laggiù il Grande
Vallo: non c’è un’insegna romana su quel muro da più di settant’anni, come
potevi sperare che potesse sopravvivere un piccolo baluardo come questo? Guarda
tu stesso. Non ci sono segni di distruzione, o di resistenza armata. Se ne sono
semplicemente andati, chissà da quanto tempo.»
Ambrosinus si portò verso il centro del campo. «So che
tutto sembra privo di senso, ma credetemi: il fuoco non si è spento, dobbiamo
soltanto rianimarlo e la fiamma della libertà riprenderà a divampare.» Ma
nessuno sembrava ascoltarlo. Scuotevano il capo sgomenti, in quel silenzio
irreale rotto soltanto dal lieve sibilo del vento, dal cigolare delle imposte
nelle baracche rose dal tempo e dalle intemperie. Incurante di quell’atmosfera
di scoramento, Ambrosinus si avvicinò a quello che doveva essere il pretorio,
la residenza del comandante, e scomparve all’interno.
«Dove va?» chiese Livia.
Aurelio si strinse nelle spalle.
«E adesso che facciamo?» domandò Batiato. «Abbiamo
percorso duemila miglia per nulla, se ho capito bene.»
Romolo, appartato in un angolo, sembrava chiuso nei suoi
pensieri, e Livia non osò nemmeno andargli vicino. Indovinava il suo stato d’animo
e soffriva per lui.
«Visto come stanno le cose, sarà bene considerare con
realismo la situazione» cominciò a dire Vatreno.
«Realismo? Non c’è niente di realistico qui. Guardati
intorno, per tutti gli dèi!» sbottò Demetrio.Ma non aveva finito di parlare che
la porta del pretorio si aprì e riapparve Ambrosinus. In brusio cessò, gli
sguardi si concentrarono sulla figura ieratica che emergeva dall’oscurità
impugnando un oggetto strabiliante: un drago dalla testa d’argento, a fauci
spalancate, e dalla coda di porpora, issato su un’asta dalla quale un labaro
con la scritta
LEGIO XII DRACO
«Mio Dio» mormorò Livia. Romolo fissò l’insegna., la coda
ricamata in scaglie dorate che si muoveva come animata, improvvisamente, da un
soffio vitale. Ambrosinus si avvicinò ad Aurelio e gli piantò in faccia due
occhi di fuoco. Il suo volto era trasfigurato, i suoi lineamenti tesi e
induriti, come scolpiti nella pietra. Gli porse l’insegna dicendo: «È tua,
comandante. La legione è ricostituite».
Aurelio esitò, immobile davanti a quella figura esile,
quasi macilenta, a quello sguardo d’imperio un cui ardeva un fuoco misterioso e
indomabile. Poi, mentre il vento rinforzava sollevando una nube di polvere che
tutto avvolgeva, tese la mano e afferrò l’impugnatura dell’asta.
«E ore va’» comandò Ambrosinus. «Piantala sulla torre più
alta.
Aurelio si guardò intorno, guardò i compagni immobili e
muti, poi si incamminò lentamente, salì sul ballatoio e piantò l’insegna sulla
torre occidentale, la più alta. La coda del drago si divincolò sotto la sferza
del vento, la bocca metallica fece udire un suono acuto, il sibilo che tante
volte aveva terrorizzato il nemico in battaglia. Guardò in basso: i compagni
erano schierati uno a fianco dell’altro, irrigiditi nel saluto militare. E gli
occhi gli si riempirono di lacrime.


