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02 marzo 2021

L'appello

L'ultimo romanzo uscito dalla penna di Alessandro D'Avenia ha una sua originalità, e tocca temi importanti: non solo per gli adolescenti, ma anche per chiunque – a qualsiasi età – prenda sul serio le domande profonde del proprio cuore. Eppure, ho letto “L’appello” con una certa fatica.

L'idea di fondo è ottima: Omero Romeo, insegnante cieco, è chiamato come supplente in una classe all’ultimo anno delle superiori. Solo dieci studenti: tutti problematici, confinati in una classe-ghetto di casi umani. Il nuovo professore rompe subito tutti gli schemi, e inventa un nuovo modo per fare l’appello: dopo aver nominato un ragazzo ne esplora il volto con le dita, e lo invita a raccontare qualcosa di sé. Il professore cieco riesce a “vedere” i suoi ragazzi con una profondità che nessuno mai aveva fatto sperimentare loro.

Ottimo spunto, ripeto; tuttavia, ciò che mi ha reso faticosa la lettura è un certo eccesso di verbosità, un linguaggio ridondante e poco realistico, soprattutto quando a parlare sono i ragazzi. Diciottenni di grave problematicità e scarso rendimento scolastico, si esprimono come intellettuali di primo piano. E tutto questo toglie immediatezza alla narrazione.

In ogni caso, la riflessione sul ruolo dell'insegnante non è affatto banale. Permettetemi di offrirvi una pagina, che idealmente dedico a mio figlio, in cammino verso questa stessa scelta di vita...

Ricordo il momento in cui ho deciso che avrei fatto l'insegnante l'ho confidato ai miei amici. Ero felice, vedevo un futuro pieno di senso: continuare a studiare ciò che amavo e trasmettere quell’amore agli altri. Che cosa c'è di più grande? Eppure tutti mi dicevano parole che trasformavano il mio sogno in un’illusione: sarai un morto di fame, ai ragazzi non fregherà nulla, ripeterai sempre le stesse cose e ti troverai vecchio a 40 anni…  Ma a me sembrava molto più reale il mio sogno che i loro discorsi basati sui soldi da accumulare e sul miraggio di certe carriere. Inoltre avevo l’esempio dei miei genitori: felici e realizzati nel fare i maestri di ciò che amavano. Così andai a parlare con loro. Mia madre mi disse che forse avevano ragione a sostenere che sarei stato un morto di fame, ma sbagliavano sulla parola “morto”. Sarei stato “vivo” dalla fame. Non capivo. E lei mi spiegò che da quando studiava e insegnava il greco e il latino non si era mai annoiata, si era sempre sentita aperta a una ricerca inesauribile. Quella fame la teneva viva e quella vita si trasmetteva agli altri. E questo è un grande sogno: non sopravvivere, ma essere vivi. Chi ha paura di morire cerca di resistere e si limita ad appropriarsi di energie già esistenti. Chi invece ha fame di vivere diventa un rivoluzionario, suo malgrado, perché crea nuove energie che prima non c'erano e le introduce nella vicenda umana dando slancio, forza, calore agli altri.


25 maggio 2017

Ciò che inferno non è

Quando incontro i ragazzi durante le presentazioni dei miei libri, quasi sempre c'è qualcuno che mi chiede consigli di lettura appropriati per l'adolescenza. Rispondo con sicurezza, citando i romanzi di Alessandro D’Avenia. Tutti avvincenti, profondi, ben scritti; ma quello che più amo in assoluto, è Ciò che inferno non è.
Racconta la storia dell'amicizia tra Federico, diciassettenne che comincia ad interrogarsi sulla vita e sul futuro, e padre Pino Puglisi, il sacerdote siciliano poi assassinato dalla mafia.
Oggi desidero offrirvi una pagina - durissima ma molto vera - tratta dal romanzo.


«L'inferno non esiste. E se esiste è vuoto. Dicono.
Vivono forse in quartieri con giardini e scuole. Ignorano.
Inferno sono gli enormi palazzi di cemento, alveari screpolati e abbandonati dalla bellezza, che fanno di cemento l'anima che li abita.
L'Inferno si annida nei sotterranei di questi palazzi stipati di polvere bianca tagliata alla meglio e carne umana in saldo.
L'Inferno è fame mai soddisfatta di pane e parole.
Inferno è un bambino sfregiato da fuori verso dentro, dalla pelle fino al cuore.
Inferno è il lamento degli agnelli accerchiati dai lupi.
Inferno è il silenzio degli agnelli sopravvissuti.
Inferno è Maria madre a sedici anni, prostituta a ventidue.
Inferno è Salvatore che ha poco pane per i figli e per la vergogna quel poco se lo beve.
Inferno sono vie senza alberi e scuole e panchine su cui parlare.
Inferno sono strade da cui non si vedono le stelle, perchè non è concesso alzare gli occhi.
Inferno è una famiglia che decide chi e cosa sarai.
Inferno è la consapevolezza fredda della disperazione altrui.
Inferno è farla pagare agli altri perchè sentano il sapore amaro che mastichiamo.
Inferno è quando le cose non si compiono.
Inferno è ogni seme che non diventa una rosa.
Inferno è quando la rosa si convince che non profuma.
Inferno è un passaggio a livello che si apre su un muro.
Inferno è Caterina che si è lanciata dal decimo piano con un ombrello in mano, perchè all'Inferno non voleva più starci e sperava che un angelo l'afferrasse prima dell'asfalto.
Inferno è l'amore possibile mai inaugurato.
L'Inferno è odiare la verità, perchè amarla ti costerebbe la vita.
Inferno è Michele con la schiuma alla bocca e gli occhi bruciati da un'overdose solitaria.
Inferno è un vecchio senza nome morto da giorni in casa sua, senza che nessuno se ne accorga.
Inferno è non vedere più l'inferno.
L'Inferno esiste. Ed è qui. In queste strade feroci in cui i lupi fanno tana. E gli agnelli insanguinati tacciono perchè hanno più cara la vita di ogni altra cosa. E il sangue è il marchio della vita, perchè se la parola non salva lo dovrà fare il sangue.
Inferno è un padre che toglie la vita ai propri figli.
L'Inferno esiste ed è pieno». 


11 gennaio 2016

Devo trovare ciò che mi sta a cuore


Quando alcuni adolescenti mi hanno chiesto consigli di lettura appropriati per la loro età, non ho avuto dubbi: ho citato i romanzi di Alessandro D’Avenia.

Il primo, Bianca come il latte. Rossa come il sangue è diventato famoso perché ne è stato tratto anche un film. Però, come spesso accade, nel libro c’è molto di più.

Credo che tutti conoscano a grandi linee la storia di Leonardo, il sedicenne innamorato di Beatrice, la ragazza dai capelli rossi che si ammala di leucemia. Intorno a questa vicenda, si snodano i temi propri dell’età: il rapporto con gli amici, la scuola con i suoi insegnanti, lo sport e la musica; ma anche l’amore, la sofferenza, lo sgomento, la ricerca del senso della vita.

Nella pagina che vi offro oggi, Leonardo – partendo da un breve scambio con il suo prof di storia e filosofia – inizia a riflettere sui propri sogni (quelli veri e grandi, che scaturiscono dalla passione e accendono la vita).
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Ho parlato con il Sognatore, finalmente.
«Come si fa a trovare il proprio sogno? Però, prof, non mi prenda in giro.»
«Cercalo»
«Come?»
«Poni le domande giuste.»
«Che vuol dire?»
«Leggi, guarda, interessati… tutto con grande slancio, passione e studio. Poni una domanda a ognuna delle cose che ti colpiscono e appassionano, chiedi a ciascuna perché ti appassiona. Lì è la risposta al tuo sogno. Non sono i nostri umori che contano, ma i nostri amori.»
Così mi ha detto il Sognatore. Come gli vengano in mente certe frasi lo sa solo lui. Devo trovare ciò che mi sta a cuore. Ma l’unico modo per scoprirlo è dedicarci tempo e sforzo e questo non mi convince…
Provo a seguire il metodo del Sognatore: devo partire da quello che già so. Mi sta a cuore la musica. Mi sta a cuore Niko. Mi sta a cuore Beatrice, mi sta a cuore Silvia, mi sta a cuore il mio motorino, mi sta a cuore il mio sogno che non conosco. Mi stanno a cuore papà e mamma quando non rompono. Mi sta a cuore… forse basta… Sono troppo poche queste cose, ce ne vogliono di più. Devo mettermi d’impegno a scoprirle e a ognuna porre le domande giuste.