Susanna Manzin, in Come salmoni in un torrente, coglie nuovamente la sfida di affrontare temi delicati - talvolta addirittura scabrosi - mantenendo uno stile narrativo semplice, vivace, gradevolissimo.
Il romanzo coglie la famiglia di Marianna e Riccardo in un momento di seria difficoltà.
Paiono lontanissimi, e forse irrimediabilmente perduti, i tempi in cui l'agriturismo era un'oasi di pace, bellezza e buona cucina.
Eppure, non saranno il male e il disorientamente ad avere l'ultima parola; e la famiglia si rivelerà ancora una volta autentico luogo di consapevolezza e di rinascita.
Permettetemi di offrirvi una pagina tratta dal romanzo...
Ogni motivo era buono per farsi del male. Come in un circolo vizioso, più lei si irrigidiva più lui era scostante. Il crescente impegno dell'agriturismo le permetteva di incrociare il marito sempre di meno. Lui peraltro non collaborava più con la moglie come faceva un tempo, era sempre più spesso fuori casa, impegnato nei suoi progetti di marketing. O almeno così diceva.
Marianna era appassionata del suo lavoro, le piaceva tanto accogliere i suoi ospiti, organizzare il loro soggiorno, fare quattro chiacchiere sotto il portico sorseggiando un limoncello. Eppure fare tutto questo senza Riccardo non era facile. Per tanti anni prima che si conoscessero, lo aveva fatto senza di lui, ma con lui tutto aveva un altro sapore. Per troppo tempo si era abituata a chiedergli dei consigli, a commentare le abitudini degli ospiti, a sfogarsi quando qualcuno era troppo esigente. Poteva contare su di lui nella esasperante burocrazia, di fronte a fatture e cartelle esattoriali.
Improvvisamente erano diventati distanti.
I figli, Federica e Michele, se ne accorgevano. Soprattutto la ragazza. Le donne, si sa, in questo sono più furbe. E poi federica aveva ormai tredici anni, aveva l'occhio lungo e la fantasia sveglia. Michele guardava, con i suoi occhi da bambino, quella mamma un po' pensierosa, quel papà più distaccato. Ma poi si distraeva subito, pensando alla partita di calcio che avrebbe dovuto giocare il sabato successivo. Federica invece guardava e pensava, e temeva il peggio.
Il piacere di leggere, il coraggio di sognare, la voglia di crescere. Narrativa, e non solo.
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24 novembre 2016
03 gennaio 2016
Il diritto ad avere un figlio
A che cosa serve un padre? È davvero necessaria la sua presenza? Ci può essere un'ipotesi misteriosa di bene, nascosta nel groviglio degli errori degli uomini?
La pagina che vi offro oggi è tratta da Il Destino del Fuco di Susanna Manzin. Il romanzo narra la storia di due ragazzi nati entrambi a seguito di fecondazione eterologa, da un donatore anonimo. Quando per un susseguirsi di imprevedibili vicende sarà rivelata l’identità del padre biologico, i due giovani - e gli altri personaggi che ruotano intorno a loro - si troveranno a vivere un’esperienza di angoscia cui non erano preparati.
Descritto così, potrebbe sembrare un romanzo di quelli talmente “impegnati” da piacere solo a pochi appassionati del genere; invece è un libro godibilissimo, profondo, avvincente, ben scritto. Riesce ad affrontare - senza mai banalizzarli - temi delicati come la famiglia, la paternità, il dolore, il bisogno di senso; e nello stesso tempo sa accompagnare il lettore dentro la semplicità di cose buone e belle, come un ottimo pranzo, i colori della natura, un bicchiere di vino bevuto in compagnia.
Nel brano che segue, uno dei personaggi - l’avvocato Giorgio - parla con il suo cliente, Riccardo…
Quando Riccardo gli chiedeva un appuntamento, rispondeva
sempre che sarebbe venuto lui di persona all’agriturismo per sentire di quale
questione di sarebbe dovuto occupare. Non era chiaro se lo facesse per
esagerata generosità o per scroccare un pranzo e un bicchiere di ottimo vino.
Per ora si accontentava del caffè, che sorseggiava lentamente, guardando in direzione di una finestra aperta sul giardino, ma non si capiva se lo sguardo riflessivo fosse perso verso l’orizzonte o fosse concentrato sul carrello dei dolci, posto sotto la finestra.
Per ora si accontentava del caffè, che sorseggiava lentamente, guardando in direzione di una finestra aperta sul giardino, ma non si capiva se lo sguardo riflessivo fosse perso verso l’orizzonte o fosse concentrato sul carrello dei dolci, posto sotto la finestra.
Quando riccardo tacque, si girò verso di lui, posò la
tazzina, accavallò le gambe.
«Non ti nascondo che la vicenda è intricata, da un punto di vista legale. Quando è stata approvata la fecondazione eterologa, la battaglia culturale e legale era incentrata sul diritto delle donne ad avere dei figli. Ogni loro capriccio doveva essere accontentato. Il partner non era fertile? Bastava andare ad un supermercato del seme ed eccole accontentate. Volevano un figlio senza avere accanto un uomo? Eccole servite. Negare loro questa opportunità sembrava crudele, egoista. Poi, con il passare degli anni, a fronte di molti casi controversi, è emerso il problema educativo, psicologico, genetico. Il mondo si è riempito di uomini che alla lunga si stancavano di fare i padri di ragazzi che in realtà non appartenevano a loro, e di ragazzi cresciuti senza un padre che all’improvviso pretendevano di conoscerlo. Ed ecco di nuovo la dittatura del desiderio. Vuoi liberarti di quel peso educativo? Fai accertare che non sei il vero padre. E tu, ragazzo, vuoi conoscere il tuo vero padre? Accomodati e ti faccio vedere la scheda del donatore. La sentenza ha cercato di porre rimedio a questi problemi. Che in realtà sono senza rimedio. Da qualunque parte la si guardi, la situazione non si aggiusta. Comunque, Riccardo, sei stato proprio tu a tirare fuori la questione, se tu fossi stato zitto nessuno avrebbe saputo nulla, quelle donne non sarebbero là fuori a imbottirsi di tranquillanti, quei ragazzi non sarebbero sconvolti e tu non avresti litigato con tua moglie. Io adesso non sarei qui a darti assistenza legale. […]»
Riccardo sprofondò ancora di più nella poltrona...
«Non ti nascondo che la vicenda è intricata, da un punto di vista legale. Quando è stata approvata la fecondazione eterologa, la battaglia culturale e legale era incentrata sul diritto delle donne ad avere dei figli. Ogni loro capriccio doveva essere accontentato. Il partner non era fertile? Bastava andare ad un supermercato del seme ed eccole accontentate. Volevano un figlio senza avere accanto un uomo? Eccole servite. Negare loro questa opportunità sembrava crudele, egoista. Poi, con il passare degli anni, a fronte di molti casi controversi, è emerso il problema educativo, psicologico, genetico. Il mondo si è riempito di uomini che alla lunga si stancavano di fare i padri di ragazzi che in realtà non appartenevano a loro, e di ragazzi cresciuti senza un padre che all’improvviso pretendevano di conoscerlo. Ed ecco di nuovo la dittatura del desiderio. Vuoi liberarti di quel peso educativo? Fai accertare che non sei il vero padre. E tu, ragazzo, vuoi conoscere il tuo vero padre? Accomodati e ti faccio vedere la scheda del donatore. La sentenza ha cercato di porre rimedio a questi problemi. Che in realtà sono senza rimedio. Da qualunque parte la si guardi, la situazione non si aggiusta. Comunque, Riccardo, sei stato proprio tu a tirare fuori la questione, se tu fossi stato zitto nessuno avrebbe saputo nulla, quelle donne non sarebbero là fuori a imbottirsi di tranquillanti, quei ragazzi non sarebbero sconvolti e tu non avresti litigato con tua moglie. Io adesso non sarei qui a darti assistenza legale. […]»
Riccardo sprofondò ancora di più nella poltrona...
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