Nella Torino del 1910 Caterina, rimasta vedova con tre figli, lascia la campagna per cercare un futuro migliore in città. Qui, tra speranze di riscatto e difficoltà quotidiane, la casa dei Glicini diventa non solo abitazione, ma anche luogo di incontri, amicizie e opportunità.
Giulia, la figlia quindicenne, ottiene lavoro presso la storica fabbrica di cioccolato Moriondo e Gariglio. Non ha competenze, ma le sue mani sempre fredde sono perfette per incartare i cioccolatini senza scioglierli. Per la ragazza la fabbrica, oltre che fonte di sostentamento, è anche teatro di rapporti, esperienze, un nuovo senso di indipendenza personale.
Intanto, la città si prepara alla Grande Guerra e agli sconvolgimenti del primo Novecento.
A giudicare dalla quarta di copertina e dalle principali recensioni, il tema centrale pare essere l’emancipazione femminile: nella Torino operaia, le donne iniziano a conquistare autonomia economica e sociale. La stessa Giulia scopre che il lavoro può essere libertà, e non solo necessità.
Tutto questo è ben presente nel romanzo, costantemente agganciato agli eventi storici che influenzano profondamente le vite dei personaggi. Nello stesso tempo, ne “La fabbrica dei desideri” di Valeria Gallina ho trovato molto di più: personaggi indimenticabili ritratti con prosa elegante e senza stereotipi; una Torino suggestiva pulsante di vita e di speranze; un intreccio narrativo che sa coniugare magistralmente eventi reali e vicende intime.
Un bel romanzo, che emoziona con delicatezza.

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