Il piacere di leggere, il coraggio di sognare, la voglia di crescere. Narrativa, e non solo.
14 giugno 2018
Far innamorare i bambini
Ci siamo quasi...
12 giugno 2018
Che cosa succederà?
Nel 2016, esattamente due anni dopo, Tempo di cose nuove approdò in libreria.
Nel 2018, esattamente due anni dopo, che cosa succederà?
07 giugno 2018
Un piccolo giardino all'interno della memoria
09 maggio 2018
Troppi libri fanno male?
07 maggio 2018
Oceano mare
06 maggio 2018
La scalinata di Balamand
16 aprile 2018
Castelli di rabbia
10 aprile 2018
Non innamorarti di una donna che legge
04 aprile 2018
Book hangover
Ho trovato in rete una vignetta simpatica, che accenna ad un ipotetico "Book hangover".
Con il termine hangover ci si riferisce comunemente ai postumi della sbornia. In senso traslato può essere inteso (secondo gli autori della vignetta) come l'impossibilità di iniziare un nuovo libro perché stai ancora vivendo nel mondo del libro precedente.
Confesso che capita spesso anche a me: quando leggo un romanzo che mi appassiona faccio poi fatica a staccarmene, una volta giunta all'ultima pagina; e prima di iniziare un nuovo libro devo attendere almeno un giorno.
Qualcosa di analogo mi accade anche quando scrivo: ogni romanzo mi cattura e mi trasporta in un mondo da cui è difficile prendere le distanze. Ad esempio, mentre sto scrivendo un nuovo romanzo, faccio molta fatica a riprendere in mano il testo precedente (magari per un'ultima revisione prima di darlo alle stampe).
Sarà per questo che, in ogni caso, le storie che racconto - pur essendo tutte indipendenti e autoconcluse - hanno uno sfondo comune cui non riesco a rinunciare?
01 aprile 2018
24 marzo 2018
Il vecchio e il mare
Per i più giovani sarà una piccola sofferenza: dormire un'ora in meno è un sacrifico per chi ha più bisogno di riposo.
Per chi è meno giovane probabilmente cambierà poco: ci si sveglia abitualmente presto, a una certa età. Perché invecchiando all'organismo servono meno ore di sonno, certamente. Ma può anche esserci una spiegazione più esistenziale, e quasi poetica.
Questa mattina, leggendo Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, mi sono imbattuta in uno scampolo apparentemente banale, ma in realtà più drammatico di quanto sembri...
«La mia sveglia è l'età» disse il vecchio. «Perché i vecchi si svegliano così presto? Sarà perché la giornata duri più a lungo?»
14 febbraio 2018
Il mio nome è Nessuno
«I classici riescono a parlare agli uomini di ogni epoca mantenendo intatti il loro valore e la loro vitalità», afferma Valerio Massimo Manfredi commentando Il mio nome è Nessuno, suo riuscitissimo romanzo storico-mitologico sulla figura di Ulisse.
In queste settimane mi sono gustata i due volumi principali della trilogia.
- Il giuramento si richiama a grandi linee all'Iliade. Parte dall'infanzia del grande Odysseo, figlio di Laerte re di Itaca, e segue le sue avventure di valoroso e astuto guerriero. La guerra di Troia è raccontata magistralmente, con una passione storica e un'efficacia narrativa non comuni.
- Il ritorno ricalca l'Odissea. Dopo la caduta di Troia Ulisse si rimette in viaggio per tornare alla sua Itaca, ma l'ostilità degli dei lo costringe a lunghi anni di vagabondaggi tra mille pericoli e drammatiche perdite. Alla fine tornerà a casa, dove lo attendono nuove prove.
- So che è stato pubblicato un terzo volume - L'oracolo - ambientato però ai giorni nostri e solo marginalmente collegato all'epopea di Odysseo. Non l'ho ancora letto, e per ora non rientra nella mia "wish list" prioritaria.
17 gennaio 2018
L'ultima legione
Siamo nel 476 d.C. La legione “Nova Invicta”, ultimo baluardo
della romanità, viene travolta da un'orda di barbari che semina morte e
distruzione. Solo pochi legionari sopravvivono al massacro.
A loro si aggiunge Livia, giovane guerriera dal coraggio
indomito e dalle capacità inesauribili.
La storia affida al piccolo gruppo una missione
apparentemente disperata: difendere - anche a costo della propria vita - il giovanissimo Romolo Augusto, ultimo
imperatore romano d'Occidente, unitamente al suo misterioso precettore Meridius Ambrosinus.
È un romanzo dal ritmo incalzante e pieno di colpi di scena,
L'ultima legione di Valerio Massimo Manfredi; ma ciò che più avvince è l’atmosfera
di fine epoca, venata di nostalgia per una romanità ormai al crepuscolo.
«Questo posto è abbandonato da anni, qui cade tutto a
pezzi» gli fece eco Vatreno. Batiato saggiò la stabilità di una scala che
portava al camminamento di ronda e l’intera struttura rovinò al suolo con
fragore.
Ambrosinus sembrava smarrito, quasi sopraffatto da quella
desolazione.
«Ma davvero ti aspettavi di trovare qualcuno in questo
posto?» lo incalzò Aurelio. «Io non ci posso credere. Guarda laggiù il Grande
Vallo: non c’è un’insegna romana su quel muro da più di settant’anni, come
potevi sperare che potesse sopravvivere un piccolo baluardo come questo? Guarda
tu stesso. Non ci sono segni di distruzione, o di resistenza armata. Se ne sono
semplicemente andati, chissà da quanto tempo.»
Ambrosinus si portò verso il centro del campo. «So che
tutto sembra privo di senso, ma credetemi: il fuoco non si è spento, dobbiamo
soltanto rianimarlo e la fiamma della libertà riprenderà a divampare.» Ma
nessuno sembrava ascoltarlo. Scuotevano il capo sgomenti, in quel silenzio
irreale rotto soltanto dal lieve sibilo del vento, dal cigolare delle imposte
nelle baracche rose dal tempo e dalle intemperie. Incurante di quell’atmosfera
di scoramento, Ambrosinus si avvicinò a quello che doveva essere il pretorio,
la residenza del comandante, e scomparve all’interno.
«Dove va?» chiese Livia.
Aurelio si strinse nelle spalle.
«E adesso che facciamo?» domandò Batiato. «Abbiamo
percorso duemila miglia per nulla, se ho capito bene.»
Romolo, appartato in un angolo, sembrava chiuso nei suoi
pensieri, e Livia non osò nemmeno andargli vicino. Indovinava il suo stato d’animo
e soffriva per lui.
«Visto come stanno le cose, sarà bene considerare con
realismo la situazione» cominciò a dire Vatreno.
«Realismo? Non c’è niente di realistico qui. Guardati
intorno, per tutti gli dèi!» sbottò Demetrio.Ma non aveva finito di parlare che
la porta del pretorio si aprì e riapparve Ambrosinus. In brusio cessò, gli
sguardi si concentrarono sulla figura ieratica che emergeva dall’oscurità
impugnando un oggetto strabiliante: un drago dalla testa d’argento, a fauci
spalancate, e dalla coda di porpora, issato su un’asta dalla quale un labaro
con la scritta
LEGIO XII DRACO
«Mio Dio» mormorò Livia. Romolo fissò l’insegna., la coda
ricamata in scaglie dorate che si muoveva come animata, improvvisamente, da un
soffio vitale. Ambrosinus si avvicinò ad Aurelio e gli piantò in faccia due
occhi di fuoco. Il suo volto era trasfigurato, i suoi lineamenti tesi e
induriti, come scolpiti nella pietra. Gli porse l’insegna dicendo: «È tua,
comandante. La legione è ricostituite».
Aurelio esitò, immobile davanti a quella figura esile,
quasi macilenta, a quello sguardo d’imperio un cui ardeva un fuoco misterioso e
indomabile. Poi, mentre il vento rinforzava sollevando una nube di polvere che
tutto avvolgeva, tese la mano e afferrò l’impugnatura dell’asta.
«E ore va’» comandò Ambrosinus. «Piantala sulla torre più
alta.
Aurelio si guardò intorno, guardò i compagni immobili e
muti, poi si incamminò lentamente, salì sul ballatoio e piantò l’insegna sulla
torre occidentale, la più alta. La coda del drago si divincolò sotto la sferza
del vento, la bocca metallica fece udire un suono acuto, il sibilo che tante
volte aveva terrorizzato il nemico in battaglia. Guardò in basso: i compagni
erano schierati uno a fianco dell’altro, irrigiditi nel saluto militare. E gli
occhi gli si riempirono di lacrime.
01 gennaio 2018
26 dicembre 2017
La gloriosa follia
Oggi è Santo Stefano; colgo dunque l’occasione per offrirvi una pagina che ne riferisce il martirio. È tratta dal romanzo storico La gloriosa follia; a mio parere, uno dei migliori fra quelli scaturiti dalla penna dello scrittore Louis de Wohl.
Tedesco di padre ungherese e madre austriaca, de Wohl (1903-1961) visse in Gran Bretagna e scrisse una lunga serie di romanzi storici: tutti documentatissimi, appassionanti, imperdibili. Ve ne avevo già parlato in passato [qui], e sono certa che ve ne parlerò ancora, per offrirvi altre pagine tratte da altri suoi romanzi.
Nel frattempo, auguro buon onomastico a tutti i visitatori che si chiamano Stefano o Stefania.
…Il locandiere apparecchiò il tutto con destrezza, poi indugiò un momento alla sua tavola, com’è tipico degli uomini del suo mestiere. «Il nobile signore viene da lontano?»«Sì. Da Alessandria»«Oh, una splendida città. Quanto vorrei abitare là…»[…]
«Come vanno le cose a Gerusalemme? Tutto calmo e tranquillo? »«Tranquillissimo signore. L’ultimo disordine di cui abbiamo avuto notizia è stato la rivolta dei samaritani, che è stata domata. »«È accaduto molto tempo fa» osservò l’ospite, prendendo un altro boccone. «Da allora si sono verificati scontri tra fazioni ebraiche, se non sbaglio. »«Quelli si scontrano sempre» disse Iskander, con l’espressione di ironica intesa di un greco che parla di ebrei con un romano. «Sono litigiosi per natura. A noi greci…»«…non capita mai, figurarsi. E adesso, qual è il motivo del contendere? »«Non lo so con esattezza, mio signore, ma dev’esserci in corso qualcosa, perché parecchi hanno lasciato la città con la famiglia. Immagino che appartenessero alla setta che ha avuto la peggio, ma non so quale fosse. Io non le conosco. È cominciato tutto con la lapidazione di un tizio. È la pena cui ricorrono adesso per quella che chiamano blasfemia, per quanto il significato della parola mi sfugga.»
L’ospite aggrottò la fronte, «Un uomo lapidato? Durante un tumulto?»«Giustiziato, credo. Il condannato predicava in sinagoga. Avrà detto qualcosa che ha indignato le autorità del tempio, che l’hanno fatto arrestare e…»«Chi era?» lo interruppe l’ospite. Il suo volto era teso.«Si chiamava Stephanos. Lo ricordo perché è un nome greco. Lui però era ebreo. Oggigiorno molti di loro hanno nomi greci.»
Stefano. L’ospite ne ricordò l’espressione vigile, intelligente, gli occhi limpidi, l’eloquenza combattiva di un giovane brillante. Petrus riponeva in lui grandi speranze. Una volta lo aveva definito la mente migliore della Fede. Stefano, lapidato. E famiglie intere che lasciavano la città… la fuggivano, era forse il termine più esatto.
«Non mangiate più, mio signore? Spero che questo Stephanos non fosse un vostro amico…»«Lo era» replicò l’ospite, secco. Dopo un momento, aggiunse: «E sei sicuro che sia stato processato e condannato dal Sinedrio?»«Così ho sentito dire, nobile signore, ma non potrei giurarlo. Girano tante voci, di questi tempi…»«Già.» L’ospite si alzò da tavola.«Vado a prendervi una lanterna, mio signore. Si sta facendo buio.»«Non serve. Esco a fare due passi» Mise sul tavolo qualche moneta d’argento. «Vi affido il mio cavallo. Tornerò verso mezzanotte, se non prima.»[…]
L’ospite se ne andò. La notte calava in fretta. In cielo s’intravedevano già le prime stelle. Non c’era luna.
16 dicembre 2017
04 dicembre 2017
L'arminuta
È un romanzo semplice e
durissimo insieme, L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio. Racconta la storia
di una ragazzina che torna presso la famiglia d’origine dopo aver sempre vissuto
con un’altra mamma e un altro papà, cui era stata affidata fin da piccolissima.
Per motivi che non riesce a capire, e
che nessuno pare disposto a spiegarle, la "ritornata" ("arminuta" appunto) deve
così abbandonare tutto e affrontare un mondo aspramente nuovo: una casa poverissima, una famiglia numerosa,
un ambiente a tratti ostile. E in fondo all’anima, scava in profondità il dolore
struggente per il doppio abbandono subito.
Ma non immaginate una storia
strappalacrime: questo romanzo si legge
d’un fiato, e sa raccontare con stile limpido e asciutto vicende, situazioni,
sentimenti.
Leggiamone insieme la prima pagina…
A tredici anni non conoscevo
più l’altra mia madre.
Salivo a fatica le scale di
casa sua con una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse. Sul pianerottolo mi ha accolto l’odore di
fritto recente e un’attesa. La porta non voleva aprirsi, qualcuno dall’interno
la scuoteva senza parole e armeggiava con la serratura. Ho guardato un ragno
dimenarsi nel vuoto, appeso all’estremità del suo filo.
Dopo lo scatto
metallico comparsa una bambina con le
trecce allentate, vecchie di qualche giorno. Era mia sorella, ma non l’avevo
mai vista. Ha scostato l’anta per farmi entrare, tenendomi addosso occhi
pungenti. Ci somigliavamo allora, più che da adulte.
01 novembre 2017
L'ombra della madre
I Brot sono una famiglia borghese come tante, nella Milano degli anni settanta. Due bimbe deliziose crescono all'ombra di una madre perfetta; ma la tragedia è in agguato, e presto seminerà angoscia, spezzerà equilibri, sgretolerà maschere.
Nel gorgo della sofferenza e del disagio ci può essere spazio per la speranza?
Nelle pagine di questo romanzo si compie un lungo viaggio all'interno della fragilità.
A voi, cari amici, offro un assaggio adatto a questi giorni, in cui più facilmente riflettiamo sulla vita che passa, e sulla morte che irrompe. Dove va, la fiamma, quando si spegne?
Negli ultimi giorni dell'estate, quado in montagna cominciava a piovere una pioggia fina e costante, e fare quasi freddo, la sera in casa si accendeva il camino. Era un gran rito di fine estate, quando con una cesta si scendeva in legnaia a prendere i rami e le fascine, così secchi che si spezzavano con uno schiocco e prendevano fuoco non appena un pezzo di carta appallottolato li contagiava con la fiamma. Il fuoco prima lambiva il legno come a lusingarlo, poi si appiccava a una sporgenza, a un nodo, e crepitando proseguiva a mangiarsi avido il vecchio tronco.
Teresa se ne stava ipnotizzata a fissare la fiamma, il cui riverbero le scottava la facci. Guardava i cerchi dei tronchi sul punto di essere divorati dal fuoco, e si chiedeva in quali lontane primavere quegli anelli erano cresciuti. Si voltava per cogliere alle sue spalle la luce rossastra e le ombre bizzarre che il fuoco disegnava sulla parete; aspettava l'istante in cui dai ceppi le scintille avrebbero cominciato a scoppiare, con uno schiocco forte, e a fuggire veloci su per il camino, come spiriti messi in fuga dal fuoco. Poi in quel calore accanto alla madre si assopiva; e si svegliava quando ormai er l'ora di andare a dormire, e nel camino la fiamma non più alimentata languiva. In una di quelle sere, guardando il fuoco che tentava ancora di alzarsi e poi rassegnato dolcemente si spegneva, lasciando solo il bagliore della brace, Teresa assorta domandò alla madre: «Ma dove va, la fiamma, quando si spegne?» (Perché era una cosa così calda e viva, che le sembrava impossibile che un istante dopo, di quel fiammeggiare esuberante, non ci fosse più niente). Alba non seppe risponderle, ma se la strinse addosso molto forte, e l'indomani Teresa la sentì che riferiva a Ermanno la sua domanda, commossa. (Ebe, la nonna, era morta da appena qualche giorno).
27 ottobre 2017
Buon compleanno, "Tempo di cose nuove"!
Se la lettura è un'avventura, anche la scrittura non scherza!
Per "festeggiare" la ricorrenza, ecco il dépliant (il flyer, come lo chiamano gli addetti ai lavori) che in questo anno ha accompagnato presentazioni e incontri.
10 settembre 2017
Primo giorno di scuola
Immaginate che cosa possa significare per una ragazza timida alle prese con un nuovo anno scolastico in una nuova città: affrontare l'ignoto, incontrare compagni sconosciuti (e già amici tra loro), ricominciare tutto daccapo.
A Paola, la giovane protagonista di Tempo di cose nuove, trema il cuore. Eppure, una nuova amicizia è proprio dietro l'angolo...




















