15 giugno 2016

Ma so che non posso tornare indietro

Frodo e Sam hanno ormai lasciato casa Baggins, e sono giunti a Crifosso; nel breve viaggio hanno già affrontato l'inquietante pericolo dei Cavalieri Neri sulle loro tracce.
Occorrerà lasciare molto presto la Contea. E Sam, con uno slancio commovente, sceglie di seguire il suo padrone.
È la storia di una bellissima amicizia, ma non solo. Confusamente, Sam intuisce l'urgenza di una chiamata. E la sua umanità inzia a cambiare...
Il Signore degli Anelli è, in fondo, anche un romanzo di formazione.






«Ebbene, Sam!», gli disse. «Che te ne pare? Lascerò la Contea al più presto possibile: anzi, ho preso la decisione di non fermarmi nemmeno un giorno a Crifosso, se posso farne a meno».
«Benissimo, signore».
«Hai ancora intenzione di accompagnarmi?»
«Sissignore».
«Sarà molto pericoloso, Sam. È già pericoloso adesso, ed è più che probabile che nessuno dei due torni indietro».
«Se voi non tornate, signore, non tornerò nemmeno io, state pur certo», disse Sam. «"Non lasciarlo!", mi hanno detto. "Lasciarlo?", ho detto io. "Non lo farò mai. Io vado con lui, anche se scala la luna, e se quei cavalieri neri cercano di fermarlo dovranno fare i conti con Sam Gangee!", ho detto. Loro si sono messi a ridere».
«Chi sono loro? E di chi stai parlando?»
«Gli Elfi, signore. Abbiamo parlato un po' ieri sera, sembravano sapere che anche voi ve ne andavate, e mi è parso inutile negare. Che gente meravigliosa, gli Elfi! Meravigliosa!».
«Lo sono effettivamente», annuì Frodo. [...] «Hai ancora voglia di lasciare la Contea, ora che il tuo desiderio di vedere gli Elfi è stato esaudito?». [...]
«Sì, signore. Non so come spiegarlo, ma da ieri mi sento diverso. Mi sembra di vedere davanti a me, lontano. So che percorreremo una strada lunghissima verso l'oscurità; ma so che non posso tornare indietro. Non è per vedere Elfi, né draghi, né montagne che ora voglio... Non so nemmeno io che cosa voglio esattamente: ma ho qualcosa da fare prima della fine, qualcosa che si trova davanti a me e non nella Contea. Devo arrivare fino in fondo, signore, non so se mi capite».
«Non molto bene, a dire il vero. Ma vedo che Gandalf ha scelto per me un buon compagno. Sono contento di affrontare insieme il viaggio».


[J.R.R. Tolkien - Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello]

12 giugno 2016

Qualcosa da leggere prima di dormire

Coricarsi nel proprio letto, accendere la lampada e prendere fra le mani un buon libro è un rito irrinunciabile, che rilassa la mente e prelude al sonno sereno.
Personalmente non potrei addormentarmi, la sera, senza almeno qualche minuto di lettura.



10 giugno 2016

Non tocca a noi scegliere



Ancora uno scambio tra Gandalf e Frodo, tratto da Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien.
Siamo sempre agli inzi della trilogia; nel loro lungo dialogo in casa Baggins, Galdalf e Frodo cercano di far charezza sui tempi bui in cui la Terra di Mezzo sta per piombare.
Di fronte a certe sfide che si addensano nel nostro tempo (e tremano i polsi, a ben pensarci) può essere naturale pensare: «Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni!».
A chi non è mai capitato?



 
“Ah!”, esclamò Gandalf. “È una lunga storia. Risale ai primordi, su su fino agli Anni Neri, che solo i dotti e gli eruditi ricordano ancora. Se ti dovessi raccontare tutta la storia, saremmo ancora seduti qui quando l’inverno sarà succeduto alla primavera. Ma ieri sera ti ho parlato di Sauron il Grande, l’Oscuro Signore. Le voci che corrono sono vere: egli s’è messo di nuovo in movimento, abbandonando il suo forte nel Bosco Atro per ritornare ad abitare la vecchia fortezza nella Torre Oscura. È un nome che persino voi Hobbit avete sentito, come un’ombra ai confini delle vecchie storie. Sempre, dopo una disfatta ed una tregua, l’Ombra si trasforma e s’ingigantisce nuovamente”.
“Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni!”, esclamò Frodo.
“Anch’io”, annuì Gandalf, “come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato. E ormai i giorni cominciano ad apparire neri e foschi. Il Nemico sta diventando rapidamente molto forte. I suoi piani sono lungi dall’essere maturi, credo, ma sono già a buon punto. Dovremo lottare con accanimento. Avremmo dovuto farlo anche senza questo terribile evento. Al Nemico manca ancora una cosa che gli possa dare la forza e la scienza necessarie a demolire ogni resistenza, distruggere le ultime difese e far piombare tutte le terre in una seconda oscurità: gli manca un Anello: l’Unico”.

[Il Signore degli Anelli - La compagnia dell'anello, J.R.R.Tolkien]

 

 

05 giugno 2016

Ultimo giorno di scuola


Ultimo giorno di scuola.
Cecilia, giovanissima protagonista de La camera bella, scoppia di felicità. Eppure, un piccolo dolore già fa capolino dietro l'angolo.
Perché la vita è così, a tutte le età: regala dolce e salato, risate e lacrime...





– È tutto così bello, che non mi sembra vero! – esclamò Cecilia felice, lanciando lo zainetto sulla poltroncina dell’ingresso.– Andata bene la mattinata? – chiese la mamma.– Meravigliosamente, ho atteso tanto questo giorno! È così bella la scuola quando è chiusa!– Buone vacanze, Ceci – augurò papà Ansaldi.Sabato 9 giugno, ultimo giorno di scuola. Aveva fatto il conto alla rovescia per almeno un mese, Cecilia: le giornate si facevano sempre più calde, la campagna sempre più accattivante e la scuola sempre più insopportabile.
[…]
– Sapete che stanno già crescendo le albicocche nel giardino della nonna? – cinguettò la ragazzina, riempiendosi il piatto. Era come se l’insalata di riso le dicesse: “Mangiami, Ceci. Non vedi come sono fresca e colorata? Mangiami, mangiami”.
– Matureranno entro una o due settimane – confermò papà Ansaldi. – L’ho notato ieri mattina, quando sono andato a far vedere la casa.
– Far vedere la casa? Che casa? A chi? Dove? Perché? – Cecilia sentì una specie di morsa chiuderle lo stomaco.
– La casa della nonna, tesoro. Probabilmente avremo la possibilità di affittarla e...
– Affittarla? Cioè farci vivere dentro della gente che non sappiamo nemmeno chi è?
[…]
– Lo so, Ceci, era della nonna, ma sono certa che lei adesso non avrebbe nulla in contrario se...
– E tu come puoi dirlo? Certo che avrebbe qualcosa in contrario! Quella è la sua casa e ci è andata sposa e ci ha partorito te e ci faceva la marmellata sulla stufa e mi accoglieva tutti i giorni e mi dava la merenda e poi si è ammalata e alla fine... e alla fine...
L’insalata di riso aveva perso ogni attrattiva. Una lacrima, calda e rotonda, solcò la guancia colorita della ragazzina.
[…]
– Oh, non capite niente! Se ci andranno ad abitare delle altre persone quella casa non sarà più la stessa casa! – un’altra lacrima seguì il solco tracciato dalla prima.
– Non cambierà nulla, vedrai. Solo una rinfrescata generale, una piccola ristrutturazione del bagno, qualche riparazione necessaria da tempo.
– E la casa perderà il suo profumo!
– Profumo? Che profumo?
– Profumo di legna, di stufa, profumo di biancheria pulita. Profumo di… profumo di nonna!
Cecilia terminò la frase gridando fra i singhiozzi.
Si alzò di corsa da tavola e si precipitò fuori. Il sole sfolgorante di giugno la investì, non appena uscì dal portone. La ragazzina corse, corse a perdifiato, singhiozzando disperatamente. Corse finché la città non fu alle sue spalle e davanti solo la campagna.


[Laura Blandino - La camera bella - Parte quarta, cap. 9]

02 giugno 2016

Nemmeno i più saggi...


Fra i libri che ho amato e amo, merita un posto d'onore Il Signore degli Anelli.
Non mi azzardo a commentare l'opera di J.R.R. Tolkien, che centinaia di studiosi hanno recensito e sviscerato attraverso i decenni.
Né mi dilungo a raccontare la storia, che ormai tutti conoscono (se non altro, per averla gustata nei bellissimi film di Peter Jackson).
Semplicemente, mi limito a proporre - iniziando da oggi - brevi passi che mi hanno catturata leggendo la trilogia: frasi, pagine, suggestioni in libertà. Gettate come semi nel vento.
Godiamoci ora un intenso e vigoroso scambio tra Frodo e Gandalf...





«Che  peccato  che  Bilbo  non abbia  trafitto  con  la  sua  spada  quella vile  e  ignobile  creatura,  quando  ne  ebbe  l’occasione!»
«Peccato?  Ma  fu  la  Pietà  a  fermargli  la  mano. Pietà  e  Misericordia:  egli  non  volle colpire  senza  necessità». 
«Non  ho  alcuna  pietà  per  Gollum.  Merita  la  morte». 
«Se  la  merita!  E come!  Molti  tra  i  vivi  meritano  la  morte.  E  alcuni  che  sono  morti  meritano  la  vita.  Sei  forse  tu  in grado di dargliela? E allora non esser troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze»”


[Il Signore degli Anelli - La compagnia dell'anello, J.R.R.Tolkien]



30 maggio 2016

Ogni volta con occhi nuovi

Ebbene sì: ci sono alcuni libri che ho letto, e riletto, e poi riletto ancora. In diverse fasi della vita, e quindi ogni volta con occhi nuovi.
Il libro rimaneva lo stesso, ovviamente; ma ero io ad essere cambiata, nello scorrere vivace degli anni. La giovane studentessa che divorava certe pagine, era diventata una donna capace di ruminarle pian piano.
Oggi mi capita spesso di rileggere un libro, e di meravigliarmi nello scoprire quant'è "diverso" rispetto a un tempo. Cioè: quanto sono cambiata io.
La letteratura, a volte, è uno specchio...



28 maggio 2016

Sulle onde dell'etere

Per la prima volta La camera bella ha viaggiato sulle onde dell'etere.
La scrittrice e giornalista Nerella Buggio, che fra le sue mille attività conduce «Dentro il quotidiano» su Radio Mater, ha invitato Laura Blandino in trasmissione.
Venerdì 27 maggio, dalle 21:00 alle 22:30, è andata in onda una lunga chiacchierata a due voci, aperta anche agli interventi dei radioascoltatori. Per presentare il romanzo, e parlare di adolescenti, adulti, educazione.



15 maggio 2016

Salone Internazionale del Libro

A un anno dal debutto al Salone Internazionale del Libro, La camera bella ha fatto il suo ritorno in fiera.
Sabato 14 maggio 2016 alle 18:30 lo stand del Movimento per la Vita ha
‬ ospitato una presentazione del romanzo.




03 aprile 2016

Cibo per la mente

Il grande Charles M. Schulz, che per mezzo secolo ci ha allietati con le impareggiabili strisce dei Peanuts, così definiva la lettura per bocca del suo Snoopy (e ci strappava un sorriso).







30 marzo 2016

Nella notte ora piena del suo stupore


Fu scritta più di cent’anni fa, quella pagina indimenticabile uscita dalla penna - e dal cuore inquieto - del grande Luigi Pirandello. Eppure è senza tempo, l’emozione che incontriamo in «Ciàula scopre la luna» (dalla raccolta «Novelle per un anno», 1907).


 

[...]   Curvo, quasi toccando con la fronte lo scalino che gli stava di sopra, e su la cui lubricità la lumierina vacillante rifletteva appena un fioco lume sanguigno, egli veniva su, su, su, dal ventre della montagna, senza piacere, anzi pauroso della prossima liberazione. E non vedeva ancora la buca, che lassù lassù si apriva come un occhio chiaro, d'una deliziosa chiarità d'argento.

Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato. Possibile?

Restò - appena sbucato all'aperto - sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d'argento.  Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.

Sì, egli sapeva, sapeva che cos'era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C'era la Luna! la Luna!

E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, là, mentr'ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.

27 marzo 2016

E la Pasqua arrivò


Permettetemi di offrirvi una pagina tutta pasquale de La camera bella. Vi troverete desiderio di bellezza, e profumo di primavera.Buona lettura, e auguri di cuore! 

 


 
 E la Pasqua arrivò in una fresca mattina di inizio aprile. Tra pendii verdi e alberi in fiore la campagna assomigliava a una cartolina.

Camminando verso Frazione San Giovanni, Marta inspirava profondamente l’aria frizzante e abbracciava con sguardo insaziabile la bellezza intorno a sé. Alle sue spalle Cassanico riposava adagiata sulla collina, nelle prime ore del mattino.

“Buona Pasqua, carissimi!” pensò, indirizzando un augurio affettuoso e grato agli Ansaldi che in quel momento forse stavano ancora dormendo.

“Buona Pasqua, dolce Chiara! Che tu possa crescere serena e vivace, fiduciosa in te stessa, incontrando persone giuste e facendo scelte vere!”.

Marta camminava assaporando quell’ora così speciale. Passeggiare la tranquillizzava e le disponeva il cuore alla gioia.

“Buona Pasqua, piccola Ceci! Non farmi il broncio, se puoi, e divertiti con Pipetto su e giù per i prati come una capretta!”. […]

Arrivò in prossimità della borgata e costeggiò l’albicocco che ormai, perduti i fiori rosa, iniziava a produrre le prime minuscole foglioline.

“Ciao nonna, tu sei già dentro la Pasqua. Proteggi le nostre nipotine. E magari un po’ anche me!”.

23 marzo 2016

Cos'hanno di bello tutti costoro?

C'è una pagina che amo. La amo, perché è vera, è bella, è "mia".
Non è certo un brano poco noto; anzi, l’abbiamo letto tutti, chissà quante volte, dai tempi della scuola in poi.Eppure ancora oggi, quando mi capita di ripercorrerlo, io mi emoziono come la prima volta (anzi: molto di più).
Alessandro Manzoni, capitolo XXI de I promessi sposi.


Ed ecco, appunto sull'albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s'era addormentata, ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all'orecchio come un'onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che d'allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; e dopo qualche momento, sentì anche l'eco del monte, che ogni tanto ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con esso. Di lì a poco, sente un altro scampanìo più vicino, anche quello a festa; poi un altro. «Che allegria c'è? cos'hanno di bello tutti costoro?» Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò. Le montagne eran mezze velate di nebbia; il cielo, piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma, al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s'avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un'alacrità straordinaria.

«Che diavolo hanno costoro? che c'è d'allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?» E data una voce a un bravo fidato che dormiva in una stanza accanto, gli domandò qual fosse la cagione di quel movimento. Quello, che ne sapeva quanto lui, rispose che anderebbe subito a informarsene. Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s'accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s'univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di que' gesti, e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa.

20 marzo 2016

E l'albicocco fiorì


Anche in Val Favero - luogo immaginario in cui è ambientato il romanzo La camera bella - inizia la primavera. E proprio in quel giorno Cecilia festeggia il suo compleanno.

La ragazzina è circondata dai suoi amici, gioisce della campagna in fiore, è scoppiettante come sempre; eppure, in un angolino del cuore, alberga un’ombra. Cecilia ha fatto esperienza del dolore…



Le piccole gemme bordeaux dell’albicocco un mattino si dischiusero in piccoli fiori delicati, di un rosa chiaro e discreto. […] L’aria era frizzante e la brezza sottile recava ancora in sé i residui dei rigori invernali. Il cielo però era azzurro e il sole sfolgorava sulla campagna. Era uno di quei giorni in cui pareva impossibile essere tristi.

– È tutto così fantastico! Mi piace, mi piace, mi piace! – esclamò Cecilia scattando l’ennesima foto a un ramo fiorito. Aveva la pancia piena di torta e gli occhi pieni di bellezza.  […]

Cecilia si sedette ai piedi dell’albero, appoggiando la schiena al tronco. Rabbrividì leggermente alla fresca brezza primaverile e si strinse nella felpa nuova. Fece un respiro profondo, guardando davanti a sé. La sua espressione si fece improvvisamente seria.

– Non ha fatto in tempo – mormorò.

– Chi? A fare che?

– La nonna. Non ha fatto in tempo a vedere l’albicocco fiorito. Le piaceva tanto…

Valentina e Pipetto tacquero: non sapevano che cosa dire. Cecilia non riusciva a distogliere l’attenzione dalla casa della nonna, con le persiane chiuse e il comignolo senza vita. Sentiva un nodo doloroso stringerle la gola.

– Mi manca. Mi manca tanto.

Erano trascorse due settimane dal giorno del funerale e la ferita bruciava. Cecilia continuava a essere la ragazzina allegra e spensierata di sempre, ma ogni tanto le capitava di incupirsi, quando il dolore si risvegliava in lei e la mordeva. Bastava un ricordo o un momento di nostalgia e subito le si chiudeva la gola. Allora cercava un angolino appartato e piangeva un po’, perché aveva scoperto che spesso le lacrime la aiutavano a sciogliere il dolore.

Valentina si sedette accanto a lei, sull’erba tenera punteggiata di primule, e le circondò le spalle con un braccio. Cecilia chinò il capo sulla sua spalla e le due testoline si appoggiarono l’una all’altra. Rimasero così a lungo in silenzio e quasi non si accorsero di Pipetto che, aggirato l’albero, aveva cominciato ad arrampicarvisi. Il tronco non offriva molti appigli, ma il ragazzino aveva un fisico forte e non ebbe difficoltà a raggiungere la chioma. Era ben allenato a questo genere di imprese, fin dalla più tenera età.

Con circospezione, attento a non guastare nulla, spezzò alcuni dei rami più belli e li raccolse in una specie di mazzo; poi lentamente ridiscese.

– Se vuoi possiamo andare – disse a Cecilia.

– Dove?

– Da tua nonna. Glieli portiamo.

La ragazzina ebbe un sussulto di tenerezza. Pipetto aveva il potere di stupirla con il suo cuore grande.

– Non ci sono mai più stata al camposanto. Quando ho nostalgia della nonna preferisco venire qui in Frazione San Giovanni e guardare la sua casa e ripensare a quando c’era lei. Però sono sicura che i fiori di albicocco le piacerebbero molto.

– Se vuoi possiamo andare – ripeté Pipetto.

– Sì, andiamo.

19 marzo 2016

Ma la carezza alla sera me la dava soltanto lui

Visto che oggi è la festa del papà, perché non leggere una pagina tratta da El Pavarott di Luca Doninelli?  È la storia divertente (e a tratti commovente) del rapporto fra un dodicenne come tanti e un papà davvero speciale, che tutti chiamano Pavarotti.
Freschezza, autenticità, sete di autonomia e nostalgia di tenerezza: una vera "storia per crescere" (ma non pensate che faccia bene solo ai piccoli).









[…] Mi sembrava un papà diverso dagli altri. A quel tempo, Pavarotti cominciava già a essere parecchio famoso. Mio papà, lo chiamavano Pavarotti proprio perché gli somigliava.

[…] Quello che non sapevo è che mio papà non era molto stimato in giro, anzi non lo era per niente, e la ragione me la disse lui quando compii dodici anni. E anche se non me la raccontò giusta neanche quella volta, tuttavia devo dire che mentre parlava piangeva, e siccome io non l’avevo mai visto piangere, mi misi a ridere: così nel bel mezzo delle lacrime mi diede anche una sberla.

[…] Mio papà era sempre stato buono con me: se gli chiedevo i soldi per il gelato o per andare in piscina o al cinema lui me li dava, e la sera veniva quasi sempre a darmi la buona notte, a meno che non fosse via per lavoro. A volte stava via per mesi.Già, il lavoro! Ma che lavoro faceva?

[…] Mio padre faceva il contrabbandiere. Ogni tanto andava a Lugano e non lo si vedeva per qualche mese. Io credevo che fosse via per lavoro, invece gli capitava di andare in galera. Una volta (queste sono tutte cose che ho saputo solo molto tempo dopo) insieme con un altro tizio riuscì a procurarsi addirittura un piccolo sommergibile e con quello faceva la spola tra Lugano e Porto Ceresio portando sigarette e cioccolata e altre cose svizzere. Poi beccarono il suo amico e lui riuscì a farla franca. Ecco perché dico che i suoi discorsi sulla giustizia non valevano un fico secco.

Però lo amavo più di ogni altro al mondo, e se avessi potuto morire per lui l’avrei fatto immediatamente. In tanti mi volevano bene: il nonno, la zia Lisetta eccetera. E mi davano quello di cui avevo bisogno. Ma la carezza alla sera me la dava soltanto lui, quando credeva che dormissi. Entrava in camera piano piano, e io lo sentivo perché non dormivo mai: fingevo soltanto perché aspettavo quella carezza, che era come un segreto tra me e lui.

14 marzo 2016

Quale quadro ti rappresenta?


Oggi vorrei offrirvi una breve pagina tratta da La ragazza in bottiglia di Sara Allegrini. È un romanzo destinato a giovani e giovanissimi; racconta la storia di Valentina, una ragazza che dopo aver subito un grave lutto ha perso la forza e la voglia di andare avanti; vive in un mondo tutto suo fatto di arte e di ricordi. Ma nella sua vita compare Valerio…

 

 

- Prometti di non metterti a ridere?

Era il giorno dell’estetista e avevano tutta la solitaria pace di casa Notarianni.

- A volte faccio un gioco: associo a ogni persona un’opera d’arte.

Valerio la guardò incuriosito, mettendosi comodo sulla sedia. Valentina aprì uno dei suoi preziosi libroni.

- Questo, per esempio, sei tu.

Gli mostrò il dipinto di un giovane cacciatore dal viso bello e pensieroso.

- Vedi? Tu sei una persona allegra, eppure io percepisco in te una preoccupazione e una stanchezza. Come questo giovane uomo, che deve procurarsi il cibo per la sua famiglia che lo attende a casa.

Valerio rimase molto scosso da quella combinazione; si sentiva esattamente come Valentina aveva detto. Nessuno era mai riuscito a guardare dietro la sua allegria.

- E tu, quale quadro ti rappresenta?

Valentina esitò un istante; rivelarglielo avrebbe significato dire molto di sé. Eppure sapeva che Valerio non l’avrebbe giudicata, ma anzi perfettamente capita. Prese un altro volume e lo aprì titubante esattamente sul ritratto che cercava. Valerio sospettò che avesse passato intere giornate a fissarlo…

 

 

11 marzo 2016

Come riserve di grano

La scrittrice francese Marguerite Yourcenar fu un'autentica innamorata dei libri. A otto anni già leggeva Racine e Aristofane, per intenderci. Nelle vicende della sua vita, e nelle pagine delle sue opere, è ricorrente il tema del dolore. Ma per lei «i libri sono riserve di grano da ammassare pe rl'inverno dello spirito»...





22 febbraio 2016

Ma qualcosa a me manca


Carlo e i suoi amici sono adolescenti come tanti altri: cresciuti sugli argini del Po, tra scorribande in bicicletta e continue scoperte. L’incontro con un vecchio ferito dalla vita, e con il figlio di lui, gravemente handicappato, interroga profondamente i ragazzi.

Da In ogni caso niente paura di Cristiano Guarneri, vi offro una pagina che ha il sapore delle domande vere. 


 
È finita l’estate.

Dissolta in un batter di ciglia, con il suo cazzeggio spensierato e il dormiveglia fino all’ora di pranzo. Mia madre urlava per buttarci giù dal letto. Il pomeriggio era un girovagare per casa in canottiera e mutande, fin quando il citofono suonava.

Gianni passava a chiamarci ogni giorno alle quattro. Si andava in piazzetta o a fare giri per le vie del paese. Salve, Irene è in casa? Bel tipo, questa Irene. Peccato non l’abbiano mai lasciata uscire.

La sera finivamo sui muretti di fianco all’oratorio, a ridere e a fumare l’impossibile. C’era qualcosa nell’aria, un sentore nuovo. Era come se fossimo i padroni di tutto, il tempo e lo spazio, il destino intero.

Poi, senza volerlo, senza preavviso, abbiamo fatto i conti con una storia che a sentirla diresti: che sfiga. Ma non è così, c’è dell’altro. Rino Visetti è un uomo mutilato dalla vita. Un ferito quasi a morte. Mi ci sono affezionato, comunque. Suo figlio è stata la sorpresa più grande. Abbiamo smesso di chiamarlo con quel soprannome. Ora è semplicemente Giacomo.

A volte mi chiedo perché accadano cose così devastanti e senza via d’uscita. È un periodo strano, questo. Sarà l’adolescenza con il suo mescolarsi di umori e di voglie, di alternarsi fra presenza e assenza. L’altra sera, mentre fumavamo coricati sul pavimento duro del sagrato, Gianni mi ha chiesto all’improvviso: - A te non manca?

Io ho staccato lo sguardo dal manto nero sopra di noi e, scrutandolo, gli ho chiesto: - Cosa?

- Non so - mi ha risposto riflessivo. - Ma qualcosa a me manca.

È vero, lo provo anch’io. E quando accade, mi sento un’anima irrequieta. Poi, rientra tutto nei soliti binari. Fino allo sconvolgimento successivo.

La vita, in fondo, è come il pendolo di un orologio a muro. Oscilla. Il momento prima è un’esplosione di euforia, un’insonnia febbrile per l’esistere; quello dopo, un indecifrabile senso di vuoto che vince su tutto.

20 febbraio 2016

Immortalità all'indietro

«Chi non legge - diceva Umberto Eco -  a settant’anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito... perché la lettura è un’immortalità all’indietro».
Umberto Eco è morto ieri.
Ho apprezzato per molti aspetti i suoi libri, non sempre mi sono sentita vicina alla sua sensibilità, ma di una cosa sono certa da sempre: Eco è stato un grande.
Un ricordo e (perché no?) una preghiera per questo scrittore che della lettura aveva capito - e insegnato - molte cose.


14 febbraio 2016

Una tempesta di piccoli baci


In occasione di San Valentino, perché non concedersi una piccola parentesi romantica?
Ecco una pagina che il romanzo La camera bella riserva alla delicata storia fra un’adolescente innamoratissima e un giovane assai meno superficiale di quanto appaia.

Buona lettura (soprattutto a chi è innamorato, a chi lo è stato, a chi vorrebbe esserlo).

 

Gli invitati cominciarono ad arrivare a piccoli gruppi. Chiara, in piedi all’ingresso del salone, li accoglieva a uno a uno con il più radioso dei sorrisi: per ciascuno trovava la frase più giusta, il gesto più azzeccato. Sentirsi così bella le dava sicurezza. “Ce la sto facendo – pensava, con il cuore che batteva a mille. – Se non mi impappino quando arriva Luca, il più è fatto!”.  […]

Tutti erano stretti intorno a lei, tutti le volevano bene. Che cosa avrebbe potuto chiedere di più alla vita? Già, che cosa? Si guardò intorno, cercando Luca: era lì, a un passo da lei, con il volto sorridente e le mani in tasca, nel solito atteggiamento un po’ scanzonato che la faceva impazzire. Istintivamente, gli gettò le braccia al collo e aderì a lui.

Luca la strinse in un abbraccio e ve la tenne prigioniera a lungo: gli piaceva sentire il profumo dei suoi capelli, la morbidezza della sua pelle, il ritmo affannoso del suo respiro. Avrebbe potuto appartarsi con lei quella sera stessa, sarebbe bastato un solo gesto per convincerla a lasciarsi andare. Aveva tenuto fra le braccia troppe ragazze, per non capire quando una era pronta alla resa incondizionata. Eppure, qualcosa in lui gli suggeriva di aspettare.

Nel frattempo le luci si erano abbassate e la musica disco aveva lasciato improvvisamente spazio ad alcuni lenti molto suggestivi. Luca e Chiara cominciarono a ballare insieme, in un angolo appartato del salone. “Mio Dio, che bello, che bello, che bello! Non mi sembra vero, sono qui appiccicata a lui... appiccicatissima!”. Alzò il volto verso di lui e gli sorrise. I loro visi erano a pochi centimetri l’uno dall’altro: se lui si fosse chinato leggermente o se lei si fosse sporta un pochino... Ma fu proprio lo sguardo innamorato di Chiara a fermare Luca: non poteva illuderla, appagarsi e poi fuggire. Allo stesso tempo non voleva ferirla, infrangere il suo sogno proprio nel giorno del suo diciottesimo compleanno. Le scostò i capelli dal viso e con dolcezza le baciò la fronte, gli zigomi, le labbra e poi ancora la fronte: una tempesta di piccoli baci che la resero radiosa.

– Buon compleanno, dolce Chiara.




Le diede un’ultima carezza e la ricondusse piano piano al centro del salone, nella girandola degli amici.




09 febbraio 2016

Un luogo dove posso andare

Da ragazza ero un’autentica divoratrice di libri. Amavo uscire con gli amici, stare all’aria aperta, pattinare sul ghiaccio e camminare sulla spiaggia; ma quando prendevo un libro fra le mani mi trasformavo, e partivo immancabilmente per qualche fantastico “viaggio del pensiero”. E mi sentivo felice.Potere della fantasia...!!!




01 febbraio 2016

Una passione inesauribile

Perché mai dovremmo frenare una passione che apre la mente e, spesso, mette pure in moto il cuore?



30 gennaio 2016

Non li lasciate, i ragazzi...


Siete mai tornati, da grandi, nella vostra antica scuola elementare? Con questa domanda si apriva Ricordi di Scuola, il libro in cui il giornalista Giovanni Mosca (1908 - 1983) raccolse le sue memorie d’insegnante elementare.

Collega di Giovannino Guareschi al “Bertoldo” e al “Candido”, Mosca fu anche narratore, disegnatore, umorista. Diresse il “Corrierino dei piccoli” (che i nostri nonni sicuramente ricordano) e fu redattore al “Corriere della Sera”.

Nonostante la sua vita movimentata e la sua interessante carriera, Mosca non scordò mai gli anni in cui, giovane maestro, aveva insegnato nella stessa scuola elementare in cui era stato scolaro.

Rileggiamo insieme il racconto delle sue sensazioni…



 

Siete mai tornati, da grandi, nella vostra antica scuola elementare?

Io sì, la rividi, l’altr’anno, dopo tanto tempo, la scuola dov’ero stato prima alunno, e poi insegnante: la bibliotechina, il salone, i maestri…

La bibliotechina sempre la stessa, con gli stessi libri ricoperti di carta canepina, e il titolo e l’autore scritti in bella callegrafia. […]

E rividi il salone, il grande immenso salone, dove il giovedì, da scolaro, andavo cogli altri a cantare “Fratelli d’Italia”. So come cantano i ragazzi: solo quelli delle prime file cantano veramente; gli altri aprono semplicemente le bocche, senza cantare, e se il maestro, sospettoso, li guarda, gli piantano in faccia, senza turbarsi, due occhi buoni e leali che sembra dicano:

“Come! Non credi ch’io canti? Non vedi che apro la bocca come tutti gli altri?”.

Ma com’era divenuto piccolo, rivedendolo, il grande, immenso salone! E come brutti, miseri, i meravigliosi dipinti del soffitto e delle pareti!

Come mai?

Forse perché da bambini tutto sembra più grande, più bello; ma anche da maestro, fino a pochi anni prima, il salone m’era ancora parso immenso, e i dipinti meravigliosi, e il lume pendente dal soffitto più splendido di quello di un teatro…

Come mai, adesso che non ero più né scolaro né insegnante, tutte queste cose mi sembravano, piccole, brutte, misere, e mi davano una stretta al cuore?

Oh, avrei voluto dirlo ai maestri che mi vennero incontro, guardandomi con invidia, e:

«Ci hai lasciati», mi dissero. «Una carriera brillante, la tua. Guadagni molto?».

Dilatavano gli occhi al pensiero dei miei guadagni favolosi.

«Noi sempre qui, tutti gli anni, tutti i giorni, sempre gli stessi ragazzi, anche se cambiano le facce e i cognomi…»

Avrei voluto dirlo ai maestri che m’invidiavano per la mia brillante carriera libera:

“Non li lasciate, i ragazzi: finché si vive in mezzo ai ragazzi si è ancora un po’ come loro, e le piccole stanze sembrano saloni, e quattro pupazzi sul muro sembrano dipinti meravigliosi: e si crede, vivendo, con essi, a tante cose cui, allontanandosene, non si crede più…”. […]

«Noi sempre qui, tutti gli anni, tutti i giorni, sempre gli stessi ragazzi, anche se cambiano le facce e i cognomi…».

Non sapevano, non capivano, ch’ero tornato appunto per rivedere i ragazzi, per rivederli entrare, la mattina, composti, lavati, pettinati, e uscire, a mezzogiorno, neri d’inchiostro le mani e la faccia, il fiocco della cravatta dietro la schiena, dandosi cartellate sulla testa; che ero tronato per rivedere il corridoio, lunghissimo, con tante classi da una parte e dall’altra, e passando, si sentiva la voce di una maestra di prima:

«I cavalli hanno quindici gambe?»

«No», si sentivano rispondere in coro gli scolaretti.

«Ne hanno forse dodici?».

«Nemmeno».

E, calando sempre il numero delle gambe, arrivava finalmente al numero vero.

«Ne hanno quattro?».

«No!», rispondevano con entusiasmo gli scolari.

E allora, se avessi messo l’orecchio alla porta, avrei sentito il singhiozzo della maestra, di quella povera maestrina di prima, che, fiduciosa del suo metodo, s’era finalmente accorta di non essere riuscita ad altro che a generare una spaventevole confusione nella mente dei suoi scolari nei riguardi del numero delle gambe dei cavalli…