07 agosto 2018

L'ombra del padre

Ne L’ombra del padre - Il romanzo di Giuseppe lo scrittore polacco Jan Dobraczynski si cimenta in un'impresa non facile: ricostruire in forma romanzata la figura dell'uomo che si lasciò stravolgere la vita dalla più straordinaria chiamata divina. Una storia di fedeltà (luminosa e faticosa insieme), di turbamenti mai censurati, di pienezza completamente accolta.

Vi offro la pagina sofferta e profonda in cui si narra il "sogno" di Giuseppe: vi emerge in modo nitido il travaglio interiore che accompagna l’uomo cui Miriam è stata promessa.


Non poteva stare sdraiato. Si sedette. All'intorno c’era la notte fonda. Dalle stelle che brulicavano nel cielo scendeva un pulviscolo verde argento. Si era fatto molto freddo. Si sfregò con le mani le braccia intirizzite, si avvolse meglio che poté nella tunica, poiché non aveva preso con sé il mantello. Il sonno se ne era andato. Il pensiero lavorava febbrilmente.
Un segno per me…? Quale segno? Che cos'ha in comune la storia di una bisavola con quello che è toccato a me? Ho deciso di andarmene. Non trovo un’altra via di uscita. Non vedrò più Miriam. Non potrei vederla. Se la guardassi, non riuscirei a credere alla realtà. Bisogna essere pazzi per non ammettere la verità di ciò che dicono gli occhi e gli orecchi. Eppure… così debbo andarmene! Debbo fuggire! Ma se non ho fatto nulla di male? Perché debbo scappare come un vigliacco, che teme la punizione? Se fuggirò, questa fuga farà sì che tutti mi giudicheranno indegno. Ma soltanto così posso salvarla. Io non posso accusarla. Debbo rinunciare sia a lei che al mio buon nome...
- Non temere, prendila in casa tua…
Sentì quelle parole come se qualcuno le avesse pronunciate ad alta voce accanto a lui. Si guardò vivamente all'intorno. Ma niente intorno a lui era cambiato. Continuava la notte, argentea e gelida. Il chiarore delle stelle era tanto vivido, che vedeva tutto attorno a sé. Non c’era nessuno. Nei pressi era cresciuto soltanto un fiore bianco, dall'intenso profumo. Del resto poteva darsi che il fiore fosse serrato e che soltanto nell'oscurità avesse dischiuso i suoi petali?
Si raggomitolò cercando calore nel proprio corpo. Si addormentò di nuovo. Nel sonno il fiore crebbe, divenne enorme, si piegò su di lui. Disse:- Accoglila in casa come tua moglie. Non è stato un uomo a portartela via … Egli stesso si è piegato su di lei. Colui che nascerà sarà il Redentore atteso da tutti. Proprio di lei e di Lui parlava il profeta. Giungerà per insegnare l’amore più grande. Non riuscirei neppure a dirti quanto Lui vi ami … Egli stesso ve lo dirà, genere umano. Egli stesso ve lo dimostrerà. Ma prima che ciò accada, la cosa deve rimanere celata. Questo Egli vuole, per non abbagliare con la sua luce. Non costringere. Desidera conquistarvi, come un ragazzo conquista colei che ama, travestendosi da mendicante e ponendo il suo cuore ai suoi piedi. Proprio tu dovresti comprenderlo […].
Giuseppe stava sdraiato tutto tremante. Adesso non sapeva più se dormiva o se sentiva davvero quelle parole.- È possibile? … – sussurrò.- Tutto questo è vero – gli parve di sentire. – Come Lo conoscete poco, pur avendo sperimentato tanto amore … Davvero non sapete fino ad ora chi Egli sia? Ascolta, Giuseppe, figlio di Davide e Acaz, di Ezechia e di Giacobbe. Egli ti chiede: vuoi tu, che hai fatto la rinuncia insieme a lei, rimanere presso di lei come l’ombra del Padre …? Acconsenti?
Giuseppe sedette di nuovo. Il profumo del fiore si spandeva verso di lui nell’oscurità. Sul suo capo scintillavano le stelle. Il silenzio regnava. Si passò le dita sul viso, come ad assicurarsi che non avesse cambiato la sua forma.- Ci riuscirò? – sussurrò. – La amo tanto …- Prendila in casa tua…Le ultime parole risonarono nel silenzio. Quando si levò in piedi, non vide più il fiore.
Strinse le mani al viso. Aveva pregato tante volte nella vita: Rivelami, Signore, la Tua volontà, indicami quel che devo fare. Attenderò paziente il tuo comando… Aveva atteso tanti anni. Gli pareva di sapere che cosa stesse aspettando. Quello che attendeva era giunto. Ma al contempo aveva superato le sue aspettative. Si trovava al cospetto di qualcosa di così enorme, che gli pareva che quell’enormità lo schiacciasse. Lo prese il timore. Ma in quello sbigottimento una cosa sapeva: c’era la felicità di poter tornare da Miriam.
Scosse con forza il capo, come se volesse, con questo movimento, allontanare da sé tutte le recriminazioni umane.
In qualche punto in lontananza, sulla cima lucente dell’Hermon, si era lacerata la cortina della notte. Una striscia di luce era comparsa al di sopra del merletto formato dalla cima.



01 agosto 2018

Anna che sorride alla pioggia

Riesce a strappare molti sorrisi, Anna che sorride alla pioggia. Molti sorrisi, e qualche lacrima.
L'autore, Guido Marangoni, racconta in prima persona la sua esperienza di padre dal momento in cui la terzogenita inizia a esistere nel grembo della mamma. Desiderata e amata fin dal primo istante, Anna si presenta subito con la dotazione di "un cromosoma in più". Sarà una bimba Down.
L'autore riesce a raccontare con semplicità e freschezza le ansie e le trepidazioni, le gioie e le arrabbiature che si susseguono durante i mesi della gravidanza e i primi anni della piccola. È in grado di esprimere con toni (apparentemente) leggeri i pensieri più profondi. Con lo sguardo sempre fisso alla verità dell'uomo.
Ne volete un assaggio? Leggete qui la pagina in cui papà e mamma danno la notizia alle due figlie maggiori...


[...] Quel pomeriggio ci sedemmo e io iniziai con un banalissimo: «Ragazze, dobbiamo dirvi una cosa importante».
La schiena di Marta si fece dritta e l'occhio di Francesca attento. Prima che prendesse la parola Daniela, un sorriso sul volto di entrambe rivelò che la «cosa importante» non sarebbe stata poi una sorpresa tanto inaspettata. Ma una cosa è intuirlo e tutt'altra cosa è sentirlo annunciare. Le ragazze cercarono di contenersi, ognuna a modo suo: Marta sistemandosi il ciuffo e Francesca grattandosi nervosamente la fronte.
«Sta arrivando una sorellina».
L'annuncio di Daniela arrivò con una dolcezza che solo le mamme riescono a raggiungere. Gli occhi delle nostre figlie si gonfiarono di gioia. Io gridai un goffo ma sincero: «Evviva!»
Ci abbracciammo tutti e Francesca iniziò: «Lo sapevo, lo sapevo. Non mangiavi più prosciutto crudo!» disse, puntando il dito verso sua madre come si indica il colpevole.
«Ma dai, mamma... e la birra? E poi quella pancia non è da panini... mica sei papà», incalzò Marta asciugandosi i lacrimoni che le scendevano sulle guance.
«C'è un'altra cosa importante che dobbiamo dirvi».
Non mi accorsi che il mio viso si era fatto serio. Francesca lo notò e sedendosi con le sopracciglia aggrottate borbottò: «Ragazzi, niente scherzi. Questa volta no, vi prego».
«Ma no», ammortizzai io, «va tutto bene, ma...»
Mai un «ma» fu più pesante di quello. «La piccola ha la sindrome di Down». Ecco, l'ho detto, pensai.
«Ma quindi è come Sara?« esclamò Marta, quasi sollevata, pensando alla nostra giovane amica.
«Ma sì! Come Sara... e quindi qual è il problema?» urlò Francesca alzandosi, felice di avere scongiurato qualche altro rischio che potesse privarla della tanto desiderata sorellina. [...]
La creatura che stava arrivando in realtà era sana, aveva «solo» un cromosoma in più, e in quell'annuncio Marta e Francesca ci avevano dato una lezione che non scorderò mai. Mentre noi combattevamo per mandare sullo sfondo l'invadenza della sindrome e incontrare nei nostri pensieri la piccola, loro ci avevano preceduto per altre vie. Per Marta e Francesca, anche senza un nome, la bimba che cresceva dentro a Daniela era già una persona.
In quella lunga scalata eravamo ancora all'inizio, ma avevamo appena raggiunto un bivacco dove potevamo rinfrancarci e tirare il fiato. Il temporale, le stanchezze e le salite affrontate a valle erano dietro le spalle. C'era ancora tanta, tantissima strada da fare prima di incontrare la piccola, ma ora eravamo tutti insieme a camminare. Quel pomeriggio ero davvero felice. [...]

11 luglio 2018

Perché questo titolo?

Perché il romanzo ha questo titolo? Il velo dorato da dove salta fuori? 
Un breve stralcio tratto dalle prime pagine rivela già qualcosa. Quel velo è un oggetto fortemente simbolico, che accompagna tutto il romanzo fin dagli albori della storia dei due protagonisti. Poi cambia uso e funzione, come cambiano loro, fino al finale in cui il velo assumerà la sua funzione suprema, forse quella per cui era destinato da sempre.
[…] La scuola mi piaceva. Ogni tanto però mi capitava di bisticciare, specialmente con alcuni. Allora quando tornavo al centro mi sentivo tristissimo. Mamma allora mi diceva: “Vieni sotto il velo Tom”. Il velo è grande e dorato. Io e mamma ci sedevamo per terra in un angolo, e poi lei stendeva il velo sopra le nostre teste, coprendoci tutti e due. Lì sotto era come stare in una capanna. Io ero piccolo, e pensavo che quando eravamo lì sotto nessuno potesse vederci o sentirci. Così raccontavo tutto a mamma e lei mi consolava.
Quei momenti sotto il velo erano ogni volta un balsamo per le ferite di entrambi. Davvero madre e figlio avevano la sensazione di isolarsi da tutto, e gustavano la reciproca presenza. Quello era il luogo della loro consolazione, della loro complicità. La luce passando attraverso il velo diventava dorata; anche quando la giornata era grigia, lì sotto pareva di essere dentro a un tramonto imperdibile. […]
[da: Laura Blandino, Il velo dorato, Piccola casa Editrice, 2018]

02 luglio 2018

Fondata sulla pietra

Non è uno storico puro, Louis De Wohl; è piuttosto un grande narratore, che conosce molto bene le diverse epoche in cui ambienta i suoi imperdibili romanzi. Ma in Fondata sulla pietra si allontana temporaneamente dalla narrativa, e si cimenta con la storia pura: ripercorre le vicende della Chiesa dal suo nascere ai giorni nostri, offrendoci un testo rigoroso e semplicissimo al tempo stesso.
In ogni caso, l'estro del narratore emerge anche in questo libro, che in certe pagine ci regala aneddoti avvincenti come frammenti di un romanzo.
Leggete per esempio la storia di Bonifacio, che converte al cattolicesimo l'intera Germania con la creatività di un genio e l'energia di un boscaiolo...


L'uomo d'azione si chiamava Winfrid. La sua prima spedizione missionaria, nelle isole Frisone, incontrò forti ostilità ma, invece di rassegnarsi, Winfrid si spinse oltre, penetrando i territori selvaggi e inesplorati della Germania. Papa Gregorio II lo fece vescovo, cambiandone il nome in Bonifacio, "l'apostolo della Germania". Sant'Agostino aveva sconfitto l'antico Olimpo romano e greco con un libro, la Città di Dio. Bonifacio sferrò il colpo mortale alle altrettanto numerose divinità germaniche con sistemi più confacenti alle popolazioni locali. Sfidò il loro dio più temuto, Donar (Thor: in inglese - Thursday - e in tedesco - Donnerstag - il giovedì porta ancora il suo nome), dio del tuono (anche questa parola deriva da Thor), in singolar tenzone.
Il grande duello si svolse in pubblico, davanti a un'assemblea di migliaia di pagani. Nella foresta c'era una quercia secolare sacra al dio, e Bonifacio cominciò a intaccarla con un'ascia. I Germani si aspettavano che da un momento all'altro Thor si sarebbe vendicato del sacrilegio, incenerendo il monaco con la sua folgore. Ma Bonifacio - che doveva essere dotato di una forza erculea - continuò a sferrare i suoi colpi d'ascia, finché la più grande quercia della Germania si abbatté  al suolo, insieme alla reputazione di Thor, Odino, Frigg, Freya e di tutte le divinità della mitologia norrena.
Seguirono migliaia di conversioni e, sotto la guida di Bonifacio, quelle grandi cellule di vita cristiana, i monasteri, presero a sorgere ovunque...

26 giugno 2018

Se il piacere di leggere è andato perduto...

È ancora Daniel Pennac, nel suo Come un romanzo, a farci riflettere sul piacere di leggere...

«A ogni lettura presiede, per quanto inibito, il piacere di leggere; e per la sua stessa natura - questa gioia da alchimista - il piacere di leggere non ha nulla da temere dall'immagine, anche televisiva, e anche sotto forma di massicce dosi quotidiane.
Se però il piacere di leggere è andato perduto (se, come diciamo: mio figlio, mia figlia, i giovani non amano leggere) non si è perduto molto lontano.
Appena smarrito.
Facile da ritrovare.
Ma bisogna sapere lungo quali sentieri cercarlo, e, per fare questo, avere presenti alcune verità senza rapporto con gli effetti della modernità sui giovani. Alcune verità che riguardano solo noi... Noi che affermiamo di "amare leggere", e che sosteniamo di voler far condividere questo amore».

22 giugno 2018

Il risveglio della signorina Prim

Mi sono bastati due o tre giorni per gustare intensamente Il risveglio della signorina Prim, romanzo d’esordio della scrittrice spagnola Natalia Sanmartin Fenollera.
È una storia davvero inconsueta, ambientata nell’immaginario villaggio di Sant'Ireneo, i cui abitanti hanno scelto di vivere un’esistenza semplice e rurale, ma nello stesso tempo intrisa di cultura e ispirata alla tradizione.
La signorina Prim, giovane donna di città indipendente e razionale, colta e garbata, legge sul giornale l'annuncio di un posto di lavoro come bibliotecaria a casa di un "gentiluomo", e approda a sant’Ireneo. Sarà l’occasione per sfuggire a ritmi di vita e relazioni che non le appartengono più?
Il romanzo parla di libri, di cose belle da vedere, di cose buone da mangiare; descrive donne molto femminili e uomini molto maschili; vi trovano spazio le età della vita, i ritmi della natura, le domande profonde del cuore umano. Nostalgia di delicatezza e desiderio di bellezza: un binomio che in controluce percorre ogni pagina del romanzo.
Godetevi un dialogo fra amiche, tratto da una delle tante pagine in cui si chiacchiera amabilmente, intorno a the e pasticcini.

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La signorina Prim bevve un sorso di tè e si accomodò nella poltrona. Anche lei credeva nel valore delle piccole cose. Il primo caffè della giornata bevuto nella sua tazza di Limoges. La luce del sole che filtrava dalle persiane della sua stanza e disegnava ombre sul pavimento. Le letture estive interrotte per la siesta. L’espressione negli occhi dei bambini quando raccontavano qualcosa che avevano appena imparato. Le piccole cose costruivano quelle grandi, era proprio così. […]
Le due amiche la guardarono con benevolenza.
«Ho l’impressione che non ci siamo spiegate bene, Prudencia» disse Hortensia. «Non è il marito che deve essere armonioso, non è in lui che deve cercare l’armonia, no. È nella coppia che deve trovarla, nella combinazione dei due».
«E non solo» aggiunse la sua amica, «anche nella vita quotidiana, specialmente nella vita quotidiana, non è vero?»
«Certo. In questo senso è chiaro che Balzac non aveva affatto ragione, non sapeva nulla sull’argomento» disse la fiorista mentre tornava a riempire la teiera.
«Balzac?» chiese la signorina Prim, un po’ confusa.
«È curioso che le persone che vomitano le parole più acide contro il matrimonio sono proprio quelle che meno ne sanno. Tutta una vita a inseguirlo, a sospirarlo… per che cosa? Per raggiungerlo alla fine, quando era ormai malato e senza speranza. Una donna spaventosa, la contessa Hanska, mi è sempre sembrata il peggio del nostro sesso. Quindi, mi dica, che ne poteva sapere lui del matrimonio?»
«Ma cosa diceva Balzac sul matrimonio?» insistette la bibliotecaria.
«Diceva che il matrimonio deve lottare costantemente contro un mostro oscuro» rispose Emma con un sorriso.
«Intendeva la quotidianità» precisò l’amica.
«E non è così?»
«Assolutamente no. Non solo non è così, è anzi il più grande inganno del mondo, Prudencia. La causa di molta sofferenza, mi creda.
Emma Giovanacci si schiarì leggermente la gola e, avvicinando la sedia al tavolino da tè, riprese:
«Ha mai visto i fiori che crescono nella steppa russa?»
La signorina Prim rispose che purtroppo non aveva mai visitato la steppa russa.
«Be’, dovrebbe farlo. La steppa calmucca, nei dintorni di Stalingrado, è un luogo triste, arido e monotono. Se ci va d’inverno, è uno spettacolo desolante. Ma provi ad andarci in primavera, e vedrà che cosa trova.»
La bibliotecaria inarcò le sopracciglia in attesa di una risposta.
«Tulipani» sussurrò Emma Giovanacci.
«Tulipani?»
«Tulipani. Freschi e delicati tulipani selvatici. Tulipani che sbocciano ogni anno e ricoprono la steppa senza che nessuno li pianti. Be’, è di questo che si tratta, Prudencia. La quotidianità è come la steppa: non è un mostro, è un alimento. Se lei riesce a fare in modo che vi cresca qualcosa, può stare sicura che quel qualcosa sarà forte e autentico. Sono le piccole cose di ogni giorno di cui parlavamo prima. Ma il povero Balzac, con tutto il suo sentimentalismo romantico, non poteva saperlo, vero?»

21 giugno 2018

Un'opera corale

L’editore, nel presentare al pubblico Il velo dorato, l’ha definito «un’opera corale che ci restituisce un racconto di inciampi e disincanti, di gelosie e perdono, fino allo sbocciare di una speranza mai perduta».
Devo riconoscere che non avrei saputo esprimere meglio il senso e il respiro di questo romanzo. Ancora una volta, lo sguardo di chi legge riesce a superare in profondità quello di chi scrive.

16 giugno 2018

Nulla accade per caso

Scrissi Il velo dorato due anni fa. Non avrei mai immaginato che potesse essere così attuale, proprio in questi tempi così difficili.
Nulla accade per caso…
L’antefatto del romanzo sembra una storia dei nostri giorni: una giovane donna nigeriana arriva sulle coste italiane durante le prime ondate migratorie degli anni ottanta. Un percorso difficile fatto di accoglienza e povertà, sfruttamento e redenzione, segnerà la sua vita per sempre.
Dopo dodici anni Adaora giunge a Cassanico in compagnia di un figlio preadolescente...


14 giugno 2018

Far innamorare i bambini

«Se riesci a far innamorare i bambini di un libro, o due, o tre - scriveva Roald Dahl - cominceranno a pensare che leggere è un divertimento. Così, forse, da grandi diventeranno dei lettori. E leggere è uno dei piaceri e uno degli strumenti più grandi della nostra vita».



Ci siamo quasi...


È in arrivo un nuovo romanzo: si intitola Il velo dorato, e appartiene alla collana Il cielo negli occhi.    Le rotative sono già al lavoro per stamparlo; presto sarà disponibile nelle librerie e on line.    Grazie, come sempre, alla Piccola Casa Editrice.



12 giugno 2018

Che cosa succederà?

Nel 2014 la Piccola Casa Editrice pubblicò La camera bella.
Nel 2016, esattamente due anni dopo, Tempo di cose nuove approdò in libreria.
Nel 2018, esattamente due anni dopo, che cosa succederà?




07 giugno 2018

Un piccolo giardino all'interno della memoria

«Leggere, in fondo, non vuol dire altro che creare un piccolo giardino all'interno della nostra memoria», afferma Susanna Tamaro. E prosegue: «Ogni bel libro porta qualche elemento, un'aiuola, un viale, una panchina sulla quale riposarsi quando si è stanchi. Anno dopo anno, lettura dopo lettura, il giardino si trasforma in parco e, in questo parco, può capitare di trovarci qualcun altro».

09 maggio 2018

Troppi libri fanno male?


Lucio Anneo Seneca, il filosofo romano  che fu precettore dell’imperatore Nerone e  lasciò ai posteri una grande abbondanza di opere, amava senz’altro leggere.

Insomma, non si limitava a scrivere chilometrici rotoli che poi studenti d’ogni generazione avrebbero tradotto nei due millenni successivi. Tra la stesura di un trattato e la redazione di un dialogo, non trascurava qualche sana lettura. Ma lo faceva, ovviamente, a modo suo.

Che tipo di lettore era Seneca? Ce lo racconta egli stesso, in una delle Lettere a Lucilio


Troppi libri sono dispersivi: perciò, se non ti è possibile leggere tutti i volumi che potresti avere, basta che tu abbia i libri che puoi leggere. Ma – tu dici – a me piace  sfogliare un po’ questo libro, un po’ quest’altro. Assaggiare qua e là è proprio di uno stomaco viziato: l’eccessiva varietà di cibi non nutre, ma rovina l’organismo.

 Perciò leggi sempre autori di valore riconosciuto e, se talvolta  vuoi passare ad altri, ritorna poi ai primi.  Cerca ogni giorno nella lettura un aiuto  contro la povertà, la morte e tutte le altre sventure; e dopo aver letto  molte cose, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel giorno. Anch’io mi regolo così: del molto che leggo ricavo sempre qualche cosa.
Lucio Anneo Seneca – Lettere a Lucilio – 1,2

07 maggio 2018

Oceano mare

C’era una volta, quando non si sa, in un paese lontano, dove non si sa, la misteriosa Locanda Almayer.

Convergono qui personaggi surreali; s’intrecciamo storie al limite dell’assurdo. È Oceano mare di Alessandro Baricco, uno dei romanzi meno scontati ch’io abbia mai letto.

Fra quelle pagine strane ho incontrato il ritrattista Plasson, che dipinge i suoi quadri intingendo il pennello nell’acqua del mare; il professor Bartleboom, che scrive lettere alla sua donna non ancora conosciuta (ma un giorno sicuramente la incontrerà); la fragile Elisewin, che vuole guarire dalla sua paura; il Padre Pluche, che scrive improbabili (ma a tratti struggenti) preghiere; la bellissima Ann Deverià, che è "malata di adulterio" (e chissà se guarirà); il misterioso Adams, che nasconde un passato terribile (ma a certi orrori non si sfugge)…

Personaggi surreali, dicevo; eppure in qualche modo così veri e struggenti, ciascuno col fardello del suo passato, ciascuno col suo bisogno di guarire.

Gustatevi un frammento di questo romanzo, ve lo offro volentieri…
 

Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così, io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l'unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l'ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. È lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.

06 maggio 2018

La scalinata di Balamand

Oggi il Libano va al voto per le elezioni parlamentari, passaggio molto importante per il suo futuro politico. Il nostro augurio al Paese dei Cedri con l'immagine di questa scalinata dell'Università di Balamand che riassume il senso più profondo della vocazione del Libano a essere crocevia di incontro tra popoli e culture.
[Notizia tratta da: Mondo e Missione]


16 aprile 2018

Castelli di rabbia

Siamo in pieno ottocento, nella cittadina immaginaria di Quinnipak. Un universo variegato e strano, popolato di personaggi surreali che però, nella loro eccentricità, quasi commuovono: che altro fanno, se non ricercare accanitamente - ciascuno a modo suo - la cosa che possa dare senso compiuto alla loro vita?

Storie piccole e grandi, spesso quasi oniriche, si susseguono e si incrociano, raccontate con uno stile particolarissimo e a tratti geniale.

Alessandro Baricco con Castelli di rabbia - suo romanzo d'esordio - riesce a spiazzare il lettore, e ultimamente affascinarlo.

Pur disorientata, mi sono lasciata avvincere e ho gustato pian piano queste pagine strane. 

Permettetemi oggi di offrirvene una: racconta di un vecchio e un ragazzino, che sognano di intrappolare la voce all’interno di un tubo di stagno per poterla poi riascoltare...


- Diavolo! Un buco nel tubo... come ho fatto a non pensarci... caro Pehnt, ecco dov'è l'errore... un buco nel tubo... un piccolo maledetto buco nascosto da qualche parte, è chiaro... se n'è scappata di lì tutta quella voce... sparita nell'aria...
Pehnt si è alzato il bavero della giacca, tiene le mani sprofondate nelle tasche, guarda Pekish e sorride.
- Be', sai cosa ti dico? lo troveremo Pehnt... noi troveremo quel buco... abbiamo ancora una buona mezz'ora di sole, e lo troveremo... in marcia, ragazzo, non ci faremo fregare così facilmente... no.
E così se ne vanno, Pekish e Pehnt, Pehnt e Pekish, se ne tornano lungo il tubo, uno a sinistra l'altro a destra, lentamente, scrutando ogni palmo del tubo, piegati in due, a cercare tutta quella voce perduta, che se uno li vedesse da lontano potrebbe ben chiedersi cosa diavolo fanno quei due, in mezzo alla campagna, con gli occhi fissi per terra, passo dopo passo, come insetti, e invece sono uomini, chissà cos'hanno perso per strisciare in quel modo in mezzo alla campagna, chissà se lo troveranno mai, sarebbe bello lo trovassero, che almeno una volta, almeno ogni tanto, in questo dannatissimo mondo, qualcuno che cerca qualcosa avesse in sorte di trovarla, così, semplicemente, e dicesse l'ho trovata, con un lievissimo sorriso, l'avevo persa e l'ho trovata - sarebbe poi un niente la felicità.

10 aprile 2018

Non innamorarti di una donna che legge

È forse un po’ eccessiva, questa poesia della scrittrice dominicana Martha Rivera-Garrido? Fotografa la realtà, o indulge a una sorta d’autocompiacimento femminile e femminista? Davvero una donna che legge è così pericolosa per un uomo, o almeno così impegnativa? E che dire allora di una donna che scrive?

 

Non innamorarti di una donna che legge,
di una donna che sente troppo,
di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta,
maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa,
che sa di sapere e che inoltre è capace di volare,
di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride
o piange mentre fa l'amore,
che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più,
di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose),
o di una donna capace di restare mezz'ora davanti a un quadro
o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica,
lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere,
che rimanga con te oppure no, che ti ami o no,
da una donna così, non si torna indietro.
Mai.

04 aprile 2018

Book hangover

Ho trovato in rete una vignetta simpatica, che accenna ad un ipotetico "Book hangover".
Con il termine hangover ci si riferisce comunemente ai postumi della sbornia. In senso traslato può essere inteso (secondo gli autori della vignetta) come l'impossibilità di iniziare un nuovo libro perché stai ancora vivendo nel mondo del libro precedente.
Confesso che capita spesso anche a me: quando leggo un romanzo che mi appassiona faccio poi fatica a staccarmene, una volta giunta all'ultima pagina; e prima di iniziare un nuovo libro devo attendere almeno un giorno.
Qualcosa di analogo mi accade anche quando scrivo: ogni romanzo mi cattura e mi trasporta in un mondo da cui è difficile prendere le distanze. Ad esempio, mentre sto scrivendo un nuovo romanzo, faccio molta fatica a riprendere in mano il testo precedente (magari per un'ultima revisione prima di darlo alle stampe).
Sarà per questo che, in ogni caso, le storie che racconto - pur essendo tutte indipendenti e autoconcluse - hanno uno sfondo comune cui non riesco a rinunciare?

01 aprile 2018

Buona Pasqua!

Il blog La lettura è un'avventura! augura buona Pasqua a tutti i suoi gentili lettori.



24 marzo 2018

Il vecchio e il mare

Questa notte si passerà all'ora legale; alle due i nostri orologi si sposteranno avanti di sessanta minuti.
Per i più giovani sarà una piccola sofferenza: dormire un'ora in meno è un sacrifico per chi ha più bisogno di riposo.
Per chi è meno giovane probabilmente cambierà poco: ci si sveglia abitualmente presto, a una certa età. Perché invecchiando all'organismo servono meno ore di sonno, certamente. Ma può anche esserci una spiegazione più esistenziale, e quasi poetica.
Questa mattina, leggendo Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, mi sono imbattuta in uno scampolo apparentemente banale, ma in realtà più drammatico di quanto sembri...

«La mia sveglia è l'età» disse il vecchio. «Perché i vecchi si svegliano così presto? Sarà perché la giornata duri più a lungo?»

14 febbraio 2018

Il mio nome è Nessuno

«I classici riescono a parlare agli uomini di ogni epoca mantenendo intatti il loro valore e la loro vitalità», afferma Valerio Massimo Manfredi commentando Il mio nome è Nessuno, suo riuscitissimo romanzo storico-mitologico sulla figura di Ulisse.
In queste settimane mi sono gustata i due volumi principali della trilogia.

  • Il giuramento si richiama a grandi linee all'Iliade. Parte dall'infanzia del grande Odysseo, figlio di Laerte re di Itaca, e segue le sue avventure di valoroso e astuto guerriero. La guerra di Troia è raccontata magistralmente, con una passione storica e un'efficacia narrativa non comuni.
  • Il ritorno ricalca l'Odissea. Dopo la caduta di Troia Ulisse si rimette in viaggio per tornare alla sua Itaca, ma l'ostilità degli dei lo costringe a lunghi anni di vagabondaggi tra mille pericoli e drammatiche perdite. Alla fine tornerà a casa, dove lo attendono nuove prove.
  • So che è stato pubblicato un terzo volume - L'oracolo -  ambientato però ai giorni nostri e solo marginalmente collegato all'epopea di Odysseo. Non l'ho ancora letto, e per ora non rientra nella mia "wish list" prioritaria.
Odysseo, che nel primo volume incontriamo come eroe dal multiforme ingegno, valoroso e scaltro, nella seconda parte è come se maturasse, forgiato dal dolore e dalla nostalgia.

17 gennaio 2018

L'ultima legione

Siamo nel 476 d.C.  La legione “Nova Invicta”, ultimo baluardo della romanità, viene travolta da un'orda di barbari che semina morte e distruzione. Solo pochi legionari sopravvivono al massacro.
A loro si aggiunge Livia, giovane guerriera dal coraggio indomito e dalle capacità inesauribili.
La storia affida al piccolo gruppo una missione apparentemente disperata: difendere - anche a costo della propria vita -  il giovanissimo Romolo Augusto, ultimo imperatore romano d'Occidente, unitamente al suo misterioso precettore  Meridius Ambrosinus.
È un romanzo dal ritmo incalzante e pieno di colpi di scena, L'ultima legione di Valerio Massimo Manfredi; ma ciò che più avvince è l’atmosfera di fine epoca, venata di nostalgia per una romanità ormai al crepuscolo.


 

«Questo posto è abbandonato da anni, qui cade tutto a pezzi» gli fece eco Vatreno. Batiato saggiò la stabilità di una scala che portava al camminamento di ronda e l’intera struttura rovinò al suolo con fragore.
Ambrosinus sembrava smarrito, quasi sopraffatto da quella desolazione.
«Ma davvero ti aspettavi di trovare qualcuno in questo posto?» lo incalzò Aurelio. «Io non ci posso credere. Guarda laggiù il Grande Vallo: non c’è un’insegna romana su quel muro da più di settant’anni, come potevi sperare che potesse sopravvivere un piccolo baluardo come questo? Guarda tu stesso. Non ci sono segni di distruzione, o di resistenza armata. Se ne sono semplicemente andati, chissà da quanto tempo.»
Ambrosinus si portò verso il centro del campo. «So che tutto sembra privo di senso, ma credetemi: il fuoco non si è spento, dobbiamo soltanto rianimarlo e la fiamma della libertà riprenderà a divampare.» Ma nessuno sembrava ascoltarlo. Scuotevano il capo sgomenti, in quel silenzio irreale rotto soltanto dal lieve sibilo del vento, dal cigolare delle imposte nelle baracche rose dal tempo e dalle intemperie. Incurante di quell’atmosfera di scoramento, Ambrosinus si avvicinò a quello che doveva essere il pretorio, la residenza del comandante, e scomparve all’interno.
«Dove va?» chiese Livia.
Aurelio si strinse nelle spalle.
«E adesso che facciamo?» domandò Batiato. «Abbiamo percorso duemila miglia per nulla, se ho capito bene.»
Romolo, appartato in un angolo, sembrava chiuso nei suoi pensieri, e Livia non osò nemmeno andargli vicino. Indovinava il suo stato d’animo e soffriva per lui.
«Visto come stanno le cose, sarà bene considerare con realismo la situazione» cominciò a dire Vatreno.
«Realismo? Non c’è niente di realistico qui. Guardati intorno, per tutti gli dèi!» sbottò Demetrio.Ma non aveva finito di parlare che la porta del pretorio si aprì e riapparve Ambrosinus. In brusio cessò, gli sguardi si concentrarono sulla figura ieratica che emergeva dall’oscurità impugnando un oggetto strabiliante: un drago dalla testa d’argento, a fauci spalancate, e dalla coda di porpora, issato su un’asta dalla quale un labaro con la scritta
LEGIO XII DRACO
«Mio Dio» mormorò Livia. Romolo fissò l’insegna., la coda ricamata in scaglie dorate che si muoveva come animata, improvvisamente, da un soffio vitale. Ambrosinus si avvicinò ad Aurelio e gli piantò in faccia due occhi di fuoco. Il suo volto era trasfigurato, i suoi lineamenti tesi e induriti, come scolpiti nella pietra. Gli porse l’insegna dicendo: «È tua, comandante. La legione è ricostituite».
Aurelio esitò, immobile davanti a quella figura esile, quasi macilenta, a quello sguardo d’imperio un cui ardeva un fuoco misterioso e indomabile. Poi, mentre il vento rinforzava sollevando una nube di polvere che tutto avvolgeva, tese la mano e afferrò l’impugnatura dell’asta.
«E ore va’» comandò Ambrosinus. «Piantala sulla torre più alta.
Aurelio si guardò intorno, guardò i compagni immobili e muti, poi si incamminò lentamente, salì sul ballatoio e piantò l’insegna sulla torre occidentale, la più alta. La coda del drago si divincolò sotto la sferza del vento, la bocca metallica fece udire un suono acuto, il sibilo che tante volte aveva terrorizzato il nemico in battaglia. Guardò in basso: i compagni erano schierati uno a fianco dell’altro, irrigiditi nel saluto militare. E gli occhi gli si riempirono di lacrime.

 

26 dicembre 2017

La gloriosa follia

Oggi è Santo Stefano; colgo dunque l’occasione per offrirvi una pagina che ne riferisce il martirio. È tratta dal romanzo storico La gloriosa follia; a mio parere, uno dei migliori fra quelli scaturiti dalla penna dello scrittore Louis de Wohl.
Tedesco di padre ungherese e madre austriaca, de Wohl (1903-1961) visse in Gran Bretagna e scrisse una lunga serie di romanzi storici: tutti documentatissimi, appassionanti, imperdibili. Ve ne avevo già parlato in passato [qui], e sono certa che ve ne parlerò ancora, per offrirvi altre pagine tratte da altri suoi romanzi.
Nel frattempo, auguro buon onomastico a tutti i visitatori che si chiamano Stefano o Stefania.


…Il locandiere apparecchiò il tutto con destrezza, poi indugiò un momento alla sua tavola, com’è tipico degli uomini del suo mestiere. «Il nobile signore viene da lontano?»«Sì. Da Alessandria»«Oh, una splendida città. Quanto vorrei abitare là…»[…]
«Come vanno le cose a Gerusalemme? Tutto calmo e tranquillo? »«Tranquillissimo signore. L’ultimo disordine di cui abbiamo avuto notizia è stato la rivolta dei samaritani, che è stata domata. »«È accaduto molto tempo fa» osservò l’ospite, prendendo un altro boccone. «Da allora si sono verificati scontri tra fazioni ebraiche, se non sbaglio. »«Quelli si scontrano sempre» disse Iskander, con l’espressione di ironica intesa di un greco che parla di ebrei con un romano. «Sono litigiosi per natura. A noi greci…»«…non capita mai, figurarsi. E adesso, qual è il motivo del contendere? »«Non lo so con esattezza, mio signore, ma dev’esserci in corso qualcosa, perché parecchi hanno lasciato la città con la famiglia. Immagino che appartenessero alla setta che ha avuto la peggio, ma non so quale fosse. Io non le conosco. È cominciato tutto con la lapidazione di un tizio. È la pena cui ricorrono adesso per quella che chiamano blasfemia, per quanto il significato della parola mi sfugga.»
L’ospite aggrottò la fronte, «Un uomo lapidato? Durante un tumulto?»«Giustiziato, credo. Il condannato predicava in sinagoga. Avrà detto qualcosa che ha indignato le autorità del tempio, che l’hanno fatto arrestare e…»«Chi era?» lo interruppe l’ospite. Il suo volto era teso.«Si chiamava Stephanos. Lo ricordo perché è un nome greco. Lui però era ebreo. Oggigiorno molti di loro hanno nomi greci.»
Stefano. L’ospite ne ricordò l’espressione vigile, intelligente, gli occhi limpidi, l’eloquenza combattiva di un giovane brillante. Petrus riponeva in lui grandi speranze. Una volta lo aveva definito la mente migliore della Fede. Stefano, lapidato. E famiglie intere che lasciavano la città… la fuggivano, era forse il termine più esatto.
«Non mangiate più, mio signore? Spero che questo Stephanos non fosse un vostro amico…»«Lo era» replicò l’ospite, secco. Dopo un momento, aggiunse: «E sei sicuro che sia stato processato e condannato dal Sinedrio?»«Così ho sentito dire, nobile signore, ma non potrei giurarlo. Girano tante voci, di questi tempi…»«Già.» L’ospite si alzò da tavola.«Vado a prendervi una lanterna, mio signore. Si sta facendo buio.»«Non serve. Esco a fare due passi» Mise sul tavolo qualche moneta d’argento. «Vi affido il mio cavallo. Tornerò verso mezzanotte, se non prima.»[…]
L’ospite se ne andò. La notte calava in fretta. In cielo s’intravedevano già le prime stelle. Non c’era luna.

16 dicembre 2017

04 dicembre 2017

L'arminuta

È un romanzo semplice e durissimo insieme, L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio. Racconta la storia di una ragazzina che torna presso la famiglia d’origine dopo aver sempre vissuto con un’altra mamma e un altro papà, cui era stata affidata fin da piccolissima.  Per motivi che non riesce a capire, e che nessuno pare disposto a spiegarle, la "ritornata" ("arminuta" appunto) deve così abbandonare tutto e affrontare un mondo aspramente nuovo:  una casa poverissima, una famiglia numerosa, un ambiente a tratti ostile. E in fondo all’anima, scava in profondità il dolore struggente per il doppio abbandono subito.
Ma non immaginate una storia strappalacrime:  questo romanzo si legge d’un fiato, e sa raccontare con stile limpido e asciutto vicende, situazioni, sentimenti.
Leggiamone insieme la prima pagina… 



A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre.
Salivo a fatica le scale di casa sua con una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse.  Sul pianerottolo mi ha accolto l’odore di fritto recente e un’attesa. La porta non voleva aprirsi, qualcuno dall’interno la scuoteva senza parole e armeggiava con la serratura. Ho guardato un ragno dimenarsi nel vuoto, appeso all’estremità del suo filo.
Dopo lo scatto metallico  comparsa una bambina con le trecce allentate, vecchie di qualche giorno. Era mia sorella, ma non l’avevo mai vista. Ha scostato l’anta per farmi entrare, tenendomi addosso occhi pungenti. Ci somigliavamo allora, più che da adulte.

01 novembre 2017

L'ombra della madre

Gronda dolore e solitudine, la storia intensa che Marina Corradi racconta in L'ombra della madre. Tre donne sole.
I Brot sono una famiglia borghese come tante, nella Milano degli anni settanta. Due bimbe deliziose crescono all'ombra di una madre perfetta; ma la tragedia è in agguato, e presto seminerà angoscia, spezzerà equilibri, sgretolerà maschere.
Nel gorgo della sofferenza e del disagio ci può essere spazio per la speranza?
Nelle pagine di questo romanzo si compie un lungo viaggio all'interno della fragilità.
A voi, cari amici, offro un assaggio adatto a questi giorni, in cui più facilmente riflettiamo sulla vita che passa, e sulla morte che irrompe. Dove va, la fiamma, quando si spegne?





Negli ultimi giorni dell'estate, quado in montagna cominciava a piovere una pioggia fina e costante, e fare quasi freddo, la sera in casa si accendeva il camino. Era un gran rito di fine estate, quando con una cesta si scendeva in legnaia a prendere i rami e le fascine, così secchi che si spezzavano con uno schiocco e prendevano fuoco non appena un pezzo di carta appallottolato li contagiava con la fiamma. Il fuoco prima lambiva il legno come a lusingarlo, poi si appiccava a una sporgenza, a un nodo, e crepitando proseguiva a mangiarsi avido il vecchio tronco.
Teresa se ne stava ipnotizzata a fissare la fiamma, il cui riverbero le scottava la facci. Guardava i cerchi dei tronchi sul punto di essere divorati dal fuoco, e si chiedeva in quali lontane primavere quegli anelli erano cresciuti. Si voltava per cogliere alle sue spalle la luce rossastra e le ombre bizzarre che il fuoco disegnava sulla parete; aspettava l'istante in cui dai ceppi le scintille avrebbero cominciato a scoppiare, con uno schiocco forte, e a fuggire veloci su per il camino, come spiriti messi in fuga dal fuoco. Poi in quel calore accanto alla madre si assopiva; e si svegliava quando ormai er l'ora di andare a dormire, e nel camino la fiamma non più alimentata languiva. In una di quelle sere, guardando il fuoco che tentava ancora di alzarsi e poi rassegnato dolcemente si spegneva, lasciando solo il bagliore della brace, Teresa assorta domandò alla madre: «Ma dove va, la fiamma, quando si spegne?» (Perché era una cosa così calda e viva, che le sembrava impossibile che un istante dopo, di quel fiammeggiare esuberante, non ci fosse più niente). Alba non seppe risponderle, ma se la strinse addosso molto forte, e l'indomani Teresa la sentì che riferiva a Ermanno la sua domanda, commossa. (Ebe, la nonna, era morta da appena qualche giorno).