27 gennaio 2016

Vivendo e quasi vivendo


L’altro giorno mi è capitato fra le mani Assassinio nella cattedrale di Thomas Stearns Eliot. Sono andata a cercare immediatamente una pagina di drammatica intensità, che amo da sempre: il coro delle donne di Canterbury.

È così opaca questa esistenza senza significato, “vivendo e quasi vivendo”, lasciandosi andare allo scorrere lento di un' apparente tranquillità, impaurite dalle loro stesse paure...

Solo dopo il martirio di Tommaso Becket, qualcosa in loro comincerà a cambiare... e anche la semplice quotidianità si colorerà di significato.

 



Noi non vogliamo che accada nient'altro. Siamo vissute in pace per sette anni, siamo riuscite a non farci notare, vivendo e quasi vivendo. Abbiamo visto l'oppressione e lo sfarzo, abbiamo visto povertà e licenza, abbiamo visto meschine ingiustizie. Ma siamo riuscite a vivere vivendo e quasi vivendo.
A volte il frumento ci manca, a volte il raccolto è propizio, un anno è un anno di pioggia, un altro è un anno di siccità, un anno ci sono mele abbondanti, un altr'anno le prugne sono scarse. Eppure siamo riuscite a vivere, vivendo e quasi vivendo.
Abbiamo onorato le feste, ascoltato la messa, abbiamo fatto fermentare il sidro e la birra, abbiamo raccolto la legna all'apparire dell'inverno, ci siamo attardate a parlare all'angolo del focolare, a parlare all'angolo delle strade, a parlare non sempre a bassa voce, vivendo e quasi vivendo...
Tutte abbiamo avuto terrori privati, ombre personali, paure segrete. Ma ora una grande paura è sopra di noi, una paura non di una, ma di molti, una paura simile alla nascita e alla morte, esse sole e nient'altro, come isolate nel vuoto.
Siamo invase dalla paura che non possiamo conoscere, che non possiamo affrontare, che nessuno può capire. E ci strappano il cuore, ci sbucciano il cervello a strati, come una cipolla, ci sentiamo perdute, perdute in un terrore totale, che nessuno può capire...

23 gennaio 2016

Tre fili di frumento


Una pagina struggente e intensa, tratta da Il compagno don Camillo, di Giovannino Guareschi.
Indimenticabile.


 

 «Questa è la strada, là è la carrareccia, questa è la siepe lungo il fosso e là è la quercia». Ripercorse, seguito dal compagno Tavan, il fosso ghiacciato e risalì la sponda ai piedi della grande quercia. «Ecco,» spiegò indicando il campo di tenero grano «qui è sepolto tuo fratello. » Risollevò la cortina d'edera e mostrò la croce e la data e la parola incisa sulla corteccia.

 Il compagno Tavan guardava il campo di grano e la mano che stringeva il lumino tremava. Don Camillo avanzò qualche passo nel campo di grano e, chinatosi, fece un buco nella terra. L'altro comprese e raggiuntolo, mise il lumino nel buco e lo accese. Rialzatosi, rimase a contemplarlo, col berretto in mano.


Don Camillo cavò di tasca il suo coltellino e tagliò fuori dalla terra bruna una zolla con tre tenere piantine di frumento.
Aveva in tasca il bicchierino di alluminio che gli serviva da Calice: «Ne troverò un altro» pensò mentre lo riempiva con la zolla di terra. «Portalo a casa a tua madre» disse al compagno Tavan mentre gli metteva in mano il bicchiere.

 Tornarono al margine del campo sotto la quercia. «Segnati pure, compagno» disse don Camillo al compagno Tavan. «Mi segno anch'io.» Si segnarono: e nella sua nicchia, difesa dal vento, la fiammella del lumino palpitava. Un colpo di clacson li riportò sulla strada del ritorno.

 Poco prima di raggiungere il torpedone, don Camillo si fermò: «Compagno» disse con voce grave: «tua madre sarà contenta ma il Partito non potrebbe mai approvare cio che abbiamo fatto». «Non me ne frega niente» rispose con voce sicura il compagno Tavan. E maneggiava il bicchierino contenente la zolla e le piantine di frumento, con infinita delicatezza, come se avesse, tra le grosse dita, qualcosa di tenero e di vivo.

19 gennaio 2016

All'ultimo momento


Da Il cavallo rosso di Eugenio Corti: una splendida pagina piena di umanità, di poesia, di eroismo, di dolore.
La dedico a chi apprezza i romanzi storici.
A chi si lascia avvincere dalle storie epiche.
A chi non si limita ai best seller di gran moda.
 

 

[…] Sforzandosi di reprimere la propria orribile agitazione, Stefano si protese sul terrapieno per prendere di mira qualcuna di quelle invisibili ombre che avevano ucciso il suo compagno di squadra. Ma non poté sparare: un urto, come un pugno in pieno petto, gli tolse ogni possibilità d'agire ancora, di compiere un qualsiasi ulteriore sforzo: si afflosciò con lentezza dietro il terrapieno. “M'hanno colpito al cuore” pensò. Tutt'intorno il combattimento che l'aveva impegnato fino allora continuava, ma egli ormai non ci aveva più a che fare: altre cose, diverse e accavallantisi, estenuavano i suoi ultimi istanti: quella fitta implacabile che sembrava al cuore, il terrore, più che della morte, del mistero che la seguiva, e il pensiero di sua madre. Ma soprattutto il dolore… questo insopportabile dolore al petto: “Ahi…ahi…”

Giovannino faccia-infarinata si voltò verso di lui e annunciò livido: “Ho finite le munizioni”, quindi inastò la baionetta; ma Stefano non lo udì, si lamentava adagio: “Ahi…ahi” Faccia-infarinata vide il guanto che il giovane si premeva al petto rosso di sangue, udì il lamento. Stefano giaceva come ammucchiato contro lo spalto: l'altro, deposto per un istante il moschetto, si piegò su di lui e lo tirò supino; il dolore nel petto di Stefano diminuì un poco, cessò il suo lamento; egli tuttavia non apriva gli occhi. Li aveva fissi su sua madre, seduta lì, nella cucina di casa, al solito posto: la mamma dalla sedia lo guardava, lo guardava, con occhi spalancati. Stefano l'invitava: “Parlate, dai, dite qualche cosa voi, che io, con questa fitta al cuore, non posso parlare… e non c'è più tempo, mamma, non c'è più tempo.” La figura della madre fluttuava, fino a diventare indistinta, si dissipava: “Mamma! Mamma!” urlò Stefano.

“Anche questo” pensò Faccia-infarinata; “anche lui! All'ultimo momento chiamano tutti la mamma!”. Si chinò nuovamente su Stefano, che stavolta aprì gli occhi e vide quella larva di faccia imminente. “Il Giovannino di Nomana…” pensò, come in una nebbia; poi: “No, no…” si disse: “è… è la faccia della morte!” e compiendo un supremo sforzo alzò entrambe le braccia per respingerla. La sua anima abbandonò il corpo. Come quando bambino, nel cortile della Nomanella, poggiati per gioco mani e ventre su una stanga del carro Stefano spingeva le gambe in alto e la testa in giù per vedere il mondo capovolto, così ora intorno a lui si produsse un grande capovolgimento. […]

14 gennaio 2016

Io me la cavo sempre!


Questa sera mi sento ragazzina. Quindi, ho scelto per voi la prima pagina di un'indimenticabile opera che ha accompagnato tutta la mia infanzia: Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren. 


C'era, alla periferia della minuscola città, un vecchio giardino in rovina; nel giardino c'era una vecchia casa, e nella casa abitava Pippi Calzelunghe. Aveva nove anni e se ne stava lì sola soletta: non aveva né mamma né papà, e in fin dei conti questo non era poi così terribile se si pensa che così nessuno poteva dirle di andare a dormire o propinarle l'olio di fegato di merluzzo quando invece lei avrebbe desiderato delle caramelle.

C'era stato, veramente, un tempo in cui Pippi aveva un papà al quale voleva un mondo di bene, e naturalmente anche una mamma; ma erano passati tanti anni che di lei non riusciva a ricordarsi. La mamma infatti era morta quando Pippi era una bimba piccina piccina, che stava nella culla e strillava in maniera così raccapricciante che nessuno resisteva a rimanerle vicino. Pippi era convinta che la sua mamma se ne stesse ora seduta in cielo e guardasse la sua bambina col cannocchiale attraverso un piccolo foro, così Pippi aveva preso l'abitudine di fare un cenno di saluto verso l'alto dicendo:"Non stare in pensiero per me! Io me la cavo sempre!"

Ma suo padre, Pippi non se l'era scordato. Era capitano di marina e navigava per il vasto mare; Pippi era sempre stata con lui sulla sua nave, finché un giorno, durante un temporale, lui era volato via ed era scomparso. Pippi però era sicurissima che sarebbe ritornato: il pensiero che potesse essere annegato non la sfiorava nemmeno. Era invece convinta che le onde lo avessero sospinto a terra, e precisamente in un'isola popolata di negri. Lì suo padre era diventato il loro re e per tutto il giorno camminava su e giù con una corona d'oro sulla testa.

"Un angelo per mamma e un re di una tribù negra per papà: non capita davvero a tutti i bambini di avere dei genitori tanto distinti!" diceva Pippi soddisfatta. "E appena il mio papà si sarà costruito una barca, mi verrà a prendere, e così diventerò la principessa di una tribù negra. Urrà! Allora sì che ci divertiremo!"

13 gennaio 2016

Quei libri di un tempo

Se c'è uno scrittore che ha collezionato e raccontato ricordi, è sicuramente Marcel Proust. Ecco ciò che lo scrittore francese affermava in merito ai libri prediletti sfogliati nella sua infanzia:
«...Non esistono forse giorni della nostra infanzia che abbiam vissuti tanto pienamente come quelli che abbiam creduto di aver trascorsi senza vivere, in compagnia d'un libro prediletto... ancor oggi, se ci capita di sfogliare quei libri di un tempo, li guardiamo come se fossero i soli calendari da noi conservati dei giorni che furono, e con la speranza di veder riflesse nelle loro pagine le dimore e gli stagni che più non esistono...»
.


 

11 gennaio 2016

Devo trovare ciò che mi sta a cuore


Quando alcuni adolescenti mi hanno chiesto consigli di lettura appropriati per la loro età, non ho avuto dubbi: ho citato i romanzi di Alessandro D’Avenia.

Il primo, Bianca come il latte. Rossa come il sangue è diventato famoso perché ne è stato tratto anche un film. Però, come spesso accade, nel libro c’è molto di più.

Credo che tutti conoscano a grandi linee la storia di Leonardo, il sedicenne innamorato di Beatrice, la ragazza dai capelli rossi che si ammala di leucemia. Intorno a questa vicenda, si snodano i temi propri dell’età: il rapporto con gli amici, la scuola con i suoi insegnanti, lo sport e la musica; ma anche l’amore, la sofferenza, lo sgomento, la ricerca del senso della vita.

Nella pagina che vi offro oggi, Leonardo – partendo da un breve scambio con il suo prof di storia e filosofia – inizia a riflettere sui propri sogni (quelli veri e grandi, che scaturiscono dalla passione e accendono la vita).
.


Ho parlato con il Sognatore, finalmente.
«Come si fa a trovare il proprio sogno? Però, prof, non mi prenda in giro.»
«Cercalo»
«Come?»
«Poni le domande giuste.»
«Che vuol dire?»
«Leggi, guarda, interessati… tutto con grande slancio, passione e studio. Poni una domanda a ognuna delle cose che ti colpiscono e appassionano, chiedi a ciascuna perché ti appassiona. Lì è la risposta al tuo sogno. Non sono i nostri umori che contano, ma i nostri amori.»
Così mi ha detto il Sognatore. Come gli vengano in mente certe frasi lo sa solo lui. Devo trovare ciò che mi sta a cuore. Ma l’unico modo per scoprirlo è dedicarci tempo e sforzo e questo non mi convince…
Provo a seguire il metodo del Sognatore: devo partire da quello che già so. Mi sta a cuore la musica. Mi sta a cuore Niko. Mi sta a cuore Beatrice, mi sta a cuore Silvia, mi sta a cuore il mio motorino, mi sta a cuore il mio sogno che non conosco. Mi stanno a cuore papà e mamma quando non rompono. Mi sta a cuore… forse basta… Sono troppo poche queste cose, ce ne vogliono di più. Devo mettermi d’impegno a scoprirle e a ognuna porre le domande giuste.

08 gennaio 2016

Un piacere personale


Spesso ci imbattiamo in consigli su “che cosa leggere”. Oggi ci è offerto un suggerimento su “come leggere”: ce lo regala lo scrittore argentino Jorge Luis Borges
«La lettura deve essere una forma di felicità, quindi io consiglierei ai lettori di leggere molto, di non lasciarsi intimorire dalla reputazione degli autori, di continuare a cercare una felicità personale, un piacere personale. Questo è l'unico modo di leggere»..


 

05 gennaio 2016

Cani perduti senza collare

In queste settimane di vacanza ho riletto Cani perduti senza collare, romanzo in cui lo scrittore francese Gilbert Cesbron (1913-1979) descrive l’esistenza di alcuni ragazzi in un istituto di correzione, nell’immediato dopoguerra. Storie drammatiche, apparentemente senza speranza. Passioni, grandi paure, discorsi. Un disperato (e mai colmato) bisogno d’affetto.  

Accanto a questi ragazzi, alcune figure adulte assumono una posizione educativa importante. Fra questi Lamy, il giudice dei minorenni: mai buonista, ma sempre teso a far emergere, in un contesto apparentemente senza speranza, semi nascosti di bellezza, di generosità, d'affetto, di purezza...

«Avanti! Adunata! Più presto!»
Zanna Bianca aspetta ancora un istante; fissa l’una dopo l’altra quelle facce ermetiche, poi dice lentamente:«Ascoltate bene! È stato rubato nel dormitorio un biglietto da cinquecento franchi, appartenente al vostro compagno Timeone. Spero che il ladro si denuncerà da sé, per evitarmi di punirvi tutti… Di punirvi gravemente!» aggiunse dopo un silenzio.
Nessuno si muove… E tuttavia!... Radar, contro ogni logica, va ad allinearsi presso i compagni – proprio accanto a Paulo, che l’ha derubato. È vero che è il solo a non saperlo!
«Sta bene» riprende zanna Bianca (e si direbbe ch’egli non sia scontento di quel silenzio). «Resteremo qui, fino a che il ladro si decida ad agire da uomo!»
Guarda l’ora al polso; lascia liberi con un gesto gli altri due capi, e comincia a percorrere a lunghi passi il prato.
Il capo Robert viene a parlargli a bassa voce:«Se per caso ce ne fosse uno che conosca il colpevole…»
«Lo conoscono tutti, mio caro!»
«Allora, uno di loro vorrà sicuramente…»ù«Denunciarlo? Certamente no! Nessuno glielo perdonerebbe… Io per primo, del resto! Ah no! Preferisco complici a delle spie! – e voi no?»
Robert si accomoda gli occhiali lungo il naso ossuto:«Allora si fermeranno là tutta la notte?».
«Se necessario, sì… E non ditemi che rischiamo di prendere freddo! Giochiamo una partita ben più importante, mio caro! Non dimenticate che tutti questi ragazzi, o quasi tutti, hanno rubato…»
«Non è stata colpa loro: la società in cui viviamo…»
«D’accordo! Ma io non ho in consegna la società. Devo soltanto trarre di impaccio sessanta ragazzi. Se spiego loro che sono delle vittime, resteranno tali per tutta la vita: è un ruolo più piacevole di quel che pensate! Io li persuado che un giorno avranno, come gli altri, una famiglia e un mestiere, e che questo è più onorevole del vagabondaggio e del bistrò... »



03 gennaio 2016

Il diritto ad avere un figlio

A che cosa serve un padre?  È davvero necessaria la sua presenza? Ci può essere un'ipotesi misteriosa di bene, nascosta nel groviglio degli errori degli uomini?
La pagina che vi offro oggi è tratta da Il Destino del Fuco di Susanna Manzin. Il romanzo narra la storia di due ragazzi nati entrambi a seguito di fecondazione eterologa, da un donatore anonimo. Quando per un susseguirsi di imprevedibili vicende sarà rivelata l’identità del padre biologico, i due giovani - e gli altri personaggi che ruotano intorno a loro - si troveranno a vivere un’esperienza di angoscia cui non erano preparati.


Descritto così, potrebbe sembrare un romanzo di quelli talmente “impegnati” da piacere solo a pochi appassionati del genere; invece è un libro godibilissimo, profondo, avvincente, ben scritto. Riesce ad affrontare - senza mai banalizzarli - temi delicati come la famiglia, la paternità, il dolore, il bisogno di senso; e nello stesso tempo sa accompagnare il lettore dentro la semplicità di cose buone e belle, come un ottimo pranzo, i colori della natura, un bicchiere di vino bevuto in compagnia.


Nel brano che segue, uno dei personaggi - l’avvocato Giorgio - parla con il suo cliente, Riccardo…



 
Quando Riccardo gli chiedeva un appuntamento, rispondeva sempre che sarebbe venuto lui di persona all’agriturismo per sentire di quale questione di sarebbe dovuto occupare. Non era chiaro se lo facesse per esagerata generosità o per scroccare un pranzo e un bicchiere di ottimo vino.
Per ora si accontentava del caffè, che sorseggiava lentamente, guardando in direzione di una finestra aperta sul giardino, ma non si capiva se lo sguardo riflessivo fosse perso verso l’orizzonte  o fosse concentrato sul carrello dei dolci, posto sotto la finestra.
Quando riccardo tacque, si girò verso di lui, posò la tazzina, accavallò le gambe.
«Non ti nascondo che la vicenda è intricata, da un punto di vista legale. Quando è stata approvata la fecondazione eterologa, la battaglia culturale e legale era incentrata sul diritto delle donne ad avere dei figli. Ogni loro capriccio doveva essere accontentato. Il partner non era fertile? Bastava andare ad un supermercato del seme ed eccole accontentate. Volevano un figlio senza avere accanto un uomo? Eccole servite. Negare loro questa opportunità sembrava crudele, egoista. Poi, con il passare degli anni, a fronte di molti casi controversi, è emerso il problema educativo, psicologico, genetico. Il mondo si è riempito di uomini che alla lunga si stancavano di fare i padri di ragazzi che in realtà non appartenevano a loro, e di ragazzi cresciuti senza un padre che all’improvviso pretendevano di conoscerlo. Ed ecco di nuovo la dittatura del desiderio. Vuoi liberarti di quel peso educativo? Fai accertare che non sei il vero padre. E tu, ragazzo, vuoi conoscere il tuo vero padre? Accomodati e ti faccio vedere la scheda del donatore. La sentenza ha cercato di porre rimedio a questi problemi. Che in realtà sono senza rimedio. Da qualunque parte la si guardi, la situazione non si aggiusta. Comunque, Riccardo, sei stato proprio tu a tirare fuori la questione, se tu fossi stato zitto nessuno avrebbe saputo nulla, quelle donne non sarebbero là fuori a imbottirsi di tranquillanti, quei ragazzi non sarebbero sconvolti e tu non avresti litigato con tua moglie. Io adesso non sarei qui a darti assistenza legale. […]»
Riccardo sprofondò ancora di più nella poltrona...




01 gennaio 2016

Un augurio sincero

Vi auguro un 2016 sereno:
con affetto e pace nelle vostre famiglie
con amicizie sempre più genuine e forti
con esperienze autentiche di Verità e di Bellezza
con incontri importanti per crescere
e... con la compagnia di tanti buoni libri!


Buon anno a tutti.
.



29 dicembre 2015

Il 2015 de "La camera bella"



Quanti passi ha compiuto La camera bella nel 2015! Quanti incontri con persone fantastiche, quante occasioni per condividere cose belle e vere!
 


Grazie di cuore a quanti hanno reso possibile questo cammino!

 

 

19 dicembre 2015

Perché è nato questo blog?


Il web non ne sentiva affatto il bisogno. Ci sono già tante parole in rete, tante immagini, tanti stimoli! Eppure, da alcune settimane “La lettura è un’avventura!” offre briciole di narrativa (e non solo) a chi passa da queste parti.

Il blog nasce da una sovrabbondanza di doni ricevuti: che fortuna saper leggere, e avere da sempre l’opportunità di farlo con grande gusto!

Di tanto in tanto il blog propone brevi stralci ritagliati da romanzi e racconti talvolta celebri, più spesso poco noti; pagine che appartengono alle epoche, ai generi e agli autori più diversi. Il visitatore può così soffermarsi qualche istante, e approfittarne liberamente. Una sorta di degustazione gratuita, insomma!

E fra una pagina e l’altra, immagini semplici che raccontano pensieri. Pensieri sulla lettura, ovviamente: che è un’avventura stupenda, capace di aprire la mente e mettere in moto il cuore.

Buona lettura a tutti i visitatori!
.

18 dicembre 2015

L'indomani era Natale...


C’è una novella che sembra un racconto di Natale, ma in realtà descrive una delicatissima storia d’amore. È Il dono dei Magi, tratto dalla raccolta Memorie di un cane giallo dello scrittore statunitense O. Henry.

Io ve ne propongo uno stralcio; ma se volete sorridere e commuovervi, trascorrendo un’ora lieve e bella, andatevi a leggere la versione integrale del racconto.

 

[…]  L’indomani era Natale, e lei aveva soltanto un dollaro e ottantasette cents  per fare un regalo a Jim. Per mesi aveva risparmiato un  cent dopo l’altro: e quello era il risultato. Con venti dollari la settimana non si fa gran che. Le spese erano state maggiori del previsto. Succede sempre così. Solo un dollaro e ottantasette per comprare un regalo a Jim. Al suo Jim. Molte ore felici ella aveva trascorso a pensare qualcosa di carino per lui. Qualcosa di bello e raro e autentico, qualcosa che non fosse troppo indegno dell’onore di appartenere a  Jim.

Tra le due finestre della stanza stava uno specchio stretto e alto. […] Con una piroetta improvvisa si scostò dalla finestra e ristette di fronte allo specchio. Gli occhi le splendevano intensamente, ma in venti secondi il suo volto perse ogni colore. Rapidamente si sciolse la chioma e la lasciò cadere per tutta la sua lunghezza.

Ora, di due possessi i Dillingham erano profondamente orgogliosi. Uno era l’orologio d’oro di  Jim, che era stato di suo padre e del padre di suo padre. L’altro era la chioma di Della. […]

Così ora cadde la bella chioma di Della, ondeggiante e splendente come una cascata di acque scure. Le arrivò fin sotto il ginocchio, la avvolse quasi come un vestito. Poi Della la riavvolse, con gesti rapidi e nervosi. Parve esitare un istante, e rimase immobile, mentre una o due lacrime cadevano sul rosso tappeto frusto.

Indossò la vecchia giacca marrone. Si mise in capo il vecchio capello marrone. Con un frullo di gonne, gli occhi ancora luccicanti, scivolò fuori della porta, scese le scale e raggiunse la strada.

Si fermò davanti ad una insegna: «M.me Sofronie. Parrucche di ogni tipo».Della salì di corsa una rampa di scale, e si fermò ansimante. […]«Volete comprare i miei capelli?» domandò Della.«Io compro capelli» disse Madame. «Fate un po’ vedere».Si disciolse la bruna cascata.«Venti dollari» disse Madame, reggendo la massa con mano esperta.«Datemeli subito» disse Della.

Oh, le due ore seguenti volarono su ali di rosa. Perdonate la trita metafora. Della andava setacciando un magazzino dopo l’altro, in cerca di un regalo per Jim.Lo trovò alla fine. Certamente era stato fatto per Jim e per nessun altro. Niente di simile aveva trovato in tutti gli altri negozi, e li aveva passati da cima in fondo. Era una catenella per orologio, da taschino, in platino, di casto e semplice disegno, che opportunamente manifestava il proprio valore per virtù della sola sostanza, senza far ricorso a indecorosi orpelli: come debbono tutte le buone cose. Era perfino degno dell’orologio. Non appena l’ebbe vista, ella seppe che spettava a Jim. Era come lui. Pregio e semplicità, la definizione valeva per entrambi.

[…]

15 dicembre 2015

Uno strumento ottico


Leggere aiuta non solo a viaggiare col pensiero e ad aprire nuovi orizzonti, ma anche a comprendere meglio se stessi.

Marcel Proust, che di libri se ne intendeva assai, affermava:

«Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso».
.

13 dicembre 2015

La favola di Natale nel lager di Sandbostel


Tutta da gustare, a maggior ragione in queste serate di profondo dicembre, è La Favola di Natale che Giovannino Guareschi scrisse nell’inverno 1944, durante il periodo di prigionia.

Fu raccontata per la prima volta la sera della Vigilia di quel Natale, nella sua baracca nel lager di Sandbostel, accompagnata dalla musica composta da un altro compagno recluso.

Non a caso l’autore nella premessa della favola indicò come muse ispiratrici “Freddo, Fame e Nostalgia”.


La trama è nota: il piccolo Albertino (figlio dell'autore), la nonnina, e il suo cagnolino Flick compiono un incredibile viaggio verso il campo di concentramento in cui si trova il padre. Attraversano luoghi misteriosi e incontrano tante stranissime creature. La favola si conclude con un povero e magico pranzo di Natale, nel bosco accanto al lager.

Vi offro - accompagnato da un’illustrazione dello stesso Guareschi - qualche stralcio della parte finale, quando l’incontro col papà è finalmente avvenuto, e si avvicina il momento dell’addio.


 

Mezzanotte...«È nato!» gridò un'allodola di vedetta su una nuvola.«Notizia confermata!» disse il Vento. «C'è anche il commento! Udite!»E portò un dolcissimo canto che veniva da lontane contrade.La solitaria capanna è tutta risplendente ora, e sulla paglia vagisce il Bambinello, e lo scaldano, col loro fiato, il bue e l'asinello.
Anche nel castello d'acciaio annidato nell'ombra del Nord, un bambino è nato e piange, nella sua culla corazzata. Ma lo scaldano col loro fiato micidiale un lanciafiamme e lo scappamento del carro armato. Ma la sua voce è aspra e le sue mani hanno già piccoli artigli perché è il Dio della Guerra e nessuno viene a portargli doni.
Mentre invece, alla capanna del Dio della Pace, giungono pastori e pastorelle recando agnelli e anfore colme di latte. Latte scremato: perché le pecorelle sono state tosate e la panna l'hanno adoperata per fare alle pastorelle un mantello di lanital. E i pastori se ne dolgono, ma san Giuseppe sorride: «Non importa: la colpa non è vostra, la colpa è della guerra».[…]
Fa freddo.Gli alberi hanno riallargato il loro cerchio e il Vento soffia gelido.Croci nere sono sparse nel bosco e attorno a ogni croce si aggirano mute ombre. E le croci sono tante, e le ombre sono infinite.«Chi sono, papà?»«Sono gli spiriti dei vivi che vengono a cercare i loro morti. Guardano tutte le croci che la guerra ha sparso nel mondo, leggono i nomi incisi sulle croci. E quando una mamma ritrova la tomba del suo figliolo, si siede sotto la croce e parla con lui di tempi felici che non torneranno mai più».Il Vento, intanto, riporta la canzone che è stata fino ai campi di prigionia e ritorna alle case, e la canzone che è stata alle case e ritorna ai campi di prigionia.«Buon Natale, mamma, buon Natale, Albertino», dice il babbo. «Ora ritornate a casa: la vostra canzone vi riaccompagnerà».«E tu non vieni, papà?»«Domani, Albertino...»«Domani o morgen?» chiede la nonnina.«Dorgen, mamma».«Papà, perché non mi prendi con te?»«Neppure in sogno i bambini debbono entrare laggiù. Promettimi che non verrai mai».«Te lo prometto, papà».
Se ne sono andati assieme alle loro canzoni e il bosco è muto e deserto.Nevica e una nuova soffice coltre si stende sull'altra indurita dal vento.Il cerchio verde attorno al fuoco è ridiventato bianco. Scompare la traccia dei sentieri.

[…]

11 dicembre 2015

Una fiamma inestinguibile

Proprio in questi giorni sto leggendo il romanzo storico Una fiamma inestinguibile. L'avventurosa vita di Sant'Agostino, dello scrittore Louis de Wohl.
Ve ne offro un breve passo; buona lettura!


[…] Se n’era andata in lacrime. Una donna esile e angosciata, una creatura minuta e smorta, che incolpava Agostino del cambiamento del figlio, e implorava l’aiuto di sua madre.Il mio aiuto, pensò Monica. Ma come posso aiutare suo figlio, se non riesco nemmeno ad aiutare il mio? Oh, Signore mio Dio, tu l’hai affidato alla mia tutela, e io non sono stata all’altezza. Di colpo cadde a sedere. Le sfuggì un altro gemito, come se il suo cuore si stesse spezzando. Aveva capito perché non aveva saputo aiutarlo. Era perché temeva di perderlo. Si era ridotta da sola all’impotenza per il desiderio di tenerlo con sé, di continuare a vederlo, anche se poco e male. Il suo viscerale amore materno le aveva fatto dimenticare che il figlio non apparteneva a lei, ma a Dio. […]

10 dicembre 2015

Abitati da libri e da amici


Daniel Pennac, in Come un romanzo, sottolinea la connessione tra i libri più belli e le persone a noi più care.

Con lucida profondità afferma:
«…Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre a una persona cara. Ed è a una persona cara che subito ne parleremo. Forse proprio perché la peculiarità del sentimento, come del desiderio di leggere, è il fatto di preferire. Amare vuol dire, in ultima analisi, far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. E queste preferenze condivise popolano l'invisibile cittadella della nostra libertà. Noi siamo abitati da libri e da amici…»
.

08 dicembre 2015

Il grande e assurdo regalo di me stesso


Proseguono le “spigolature” prenatalizie. Questa volta mi piacerebbe offrirvi una pagina tratta da uno scritto di Gilbert Keith Chesterton.

Il protagonista? Babbo Natale, naturalmente!

  

Quello che mi è successo è l'opposto di quello che sembra essere l'esperienza della maggior parte dei miei amici. Invece di rimpicciolire fino ad un puntino, Babbo Natale è divenuto sempre più grande nella mia vita fino a riempire la quasi totalità di essa.

È successo in questo modo. Da bambino mi trovai di fronte ad un fenomeno che richiedeva una spiegazione. Avevo appeso alla sponda del mio letto una calza vuota, che al mattino si trasformò in una calza piena. Non avevo fatto nulla per produrre le cose che la riempivano. Non avevo lavorato per loro, né le avevo fatte o aiutato a farle. Non ero nemmeno stato buono - lungi da me! E la spiegazione era che un certo essere che tutti chiamavano 'Santa Claus' era benevolmente disposto verso di me... Ciò che credevamo era che una determinata agenzia benevola ci avesse davvero dato quei giocattoli per niente.

E, come affermo, io ci credo ancora. Ho semplicemente esteso l'idea.
Allora chiedevo solo chi metteva i giocattoli nella calza, ora mi chiedo Chi mette la calza accanto al letto, e il letto nella stanza, e la stanza nella casa, e la casa nel pianeta, e il grande pianeta nel vuoto.Una volta mi limitavo a ringraziare Babbo Natale per pochi dollari e qualche biscotto. Ora, lo ringrazio per le stelle e le facce in strada, e il vino e il grande mare.Una volta pensavo fosse piacevole e sorprendente trovare un regalo così grande da entrare solo per metà nella calza.
Ora sono felice e stupito ogni mattina di trovare un regalo così grande che ci vogliono due calze per tenerlo, e poi buona parte ne rimane fuori; è il grande e assurdo regalo di me stesso, perché all'origine di esso io non posso offrire alcun suggerimento tranne che Babbo Natale me l'ha dato in un particolare fantastico momento di buona volontà.

05 dicembre 2015

Il presepe di don Camillo

Il Natale si avvicina; per questo desidero regalarvi una pagina - intensa e commovente - scaturita dalla penna di Giovannino Guareschi, il “papà” di Peppone e don Camillo. È tratta dal racconto “Paura”.

Ho dovuto operare qualche taglio, che inevitabilmente ha mutilato la narrazione; se permettete un suggerimento, andate a leggere la versione integrale, nella raccolta di Mondo piccolo.

Considerate questo post come un semplice, piccolo assaggio.

...Si era oramai sotto Natale e bisognava tirar fuori d'urgenza dalla cassetta le statuette del Presepe , ripulirle, ritoccarle col colore, riparare le ammaccature.

Ed era già tardi, ma don Camillo stava ancora lavorando in canonica. Sentì bussare alla finestra e, poco dopo, andò ad aprire perché si trattava di Peppone. Peppone si sedette mentre don Camillo riprendeva le sue faccende, e tutt'e due tacquero per un bel po'. [...]

Don Camillo continuò a ritoccare la barba di San Giuseppe. Poi passò a ritoccargli la veste.
«Ne avete ancora per molto tempo?» si informò Peppone con ira.
«Se mi dai una mano, in poco si finisce.»

Peppone era meccanico e aveva mani grandi come badili e dita enormi che facevano fatica a piegarsi. Però, quando uno aveva un cronometro da accomodare, bisognava che andasse da Peppone. Perché è così, e sono proprio gli omoni grossi che son fatti per le cose piccolissime. Filettava la carrozzeria delle macchine e i raggi delle ruote dei barocci come uno del mestiere.
«Figuratevi! Adesso mi mette a pitturare i santi! » borbottò. «Non mi avrete mica preso per il sagrestano!»

Don Camillo pescò in fondo alla cassetta e tirò su un affarino rosa, grosso quanto un passerotto, ed era proprio il Bambinello. Peppone si trovò in mano la statuetta. Senza sapere come, e allora prese un pennellino e cominciò a lavorare di fino. Lui di qua e don Camillo di là della tavola, senza potersi vedere in faccia perché c'era fra loro, il barbaglio della lucerna.

«È un mondo porco» disse Peppone. «Non ci si può fidare di nessuno, se uno vuol dire qualcosa. Non mi fido neppure di me stesso.» Don Camillo era assorbitissimo dal suo lavoro: c'era da rifare tutto il viso della Madonna. Roba fine.
«E di me ti fidi?» chiese don Camillo con indifferenza.
«Non lo so.»
«Prova a dirmi qualcosa, così vedi.»

Peppone finì gli occhi del Bambinello: la cosa più difficile. Poi rinfrescò il rosso delle piccole labbra. «Vorrei piantare lì tutto» disse Peppone. «Ma non si può.» «Chi te lo impedisce?» «Impedirmelo? Io piglio una stanga di ferro e faccio fuori un reggimento.» «Hai paura?» «Mai avuto paura al mondo!» «Io sì, Peppone. Qualche volta ho paura.» Peppone intinse il pennello. «Be', qualche volta anch'io» disse Peppone.
E appena si sentì. Don Camillo sospirò anche lui. [...]

Oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone. Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo. E dimenticò la galera. Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise vicino la Madonna.  […]

Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l'argine, ed era anch'esso una poesia: una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi in fondo al l'acqua, c'eran voluti mille anni. E soltanto fra venti generazioni l'acqua avrà levigato un nuovo sassetto. E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l'ora su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all'anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino.




04 dicembre 2015

In terre lontane


Sarà capitato anche a voi, da ragazzini (e forse anche da grandi): accoccolarvi in un angolo, aprire un libro, iniziare a leggere, e… partire per un meraviglioso “viaggio del pensiero”!

È incredibile quanta strada si riesca a percorrere immergendosi nella lettura; quante avventure si possano vivere, quante esperienze ci si ritrovi a fare.

Come diceva Emily Dickinson: «Non esiste un vascello veloce come un libro per portarci in terre lontane...»
.

02 dicembre 2015

Qualcosa di veramente magico


J.K. Rowling, la scrittrice che ha dato vita alla saga di Harry Potter, usa affermare:

«Non credo nel tipo di magia di cui parlano i miei libri. Ma credo che accada qualcosa di veramente magico quando leggi un buon libro...»

Come darle torto?
.