Dopo «I leoni di Sicilia» e «L'inverno dei leoni», la saga continua con un "prequel": Stefania Auci in «L'alba dei leoni» ha raccontato le origini della famiglia Florio, di cui i romanzi precedenti avevano narrato l'ascesa e il declino.
Ho affrontato la lettura di questo libro con qualche riserva, temendo una storia confezionata per evidenti ragioni commerciali, cavalcando l'onda dei successi precedenti; invece non ho individuato forzature, e mi sono goduta un bel romanzo dal respiro epico e nello stesso tempo familiare.
La storia inizia nel 1772 a Bagnara Calabra, dove vive la famiglia Florio. Sono anni durissimi: povertà, lavoro estenuante e una vita segnata da perdite e sacrifici. Il capofamiglia Vincenzo Florio è un uomo severo e tenace, mentre la moglie Rosa cerca di tenere unita la famiglia nonostante le difficoltà.
È proprio Rosa - a mio parere - una delle figure femminili più riuscite dell'intera trilogia (anche se è assai meno nota delle altre "donne Florio"). La sua esistenza è profondamente legata alla casa e ai figli, ma questo - ben lungi dal renderla un personaggio passivo - fa di lei la figura centrale che con amore, tenacia, concretezza, tiene unita la famiglia nei momenti più difficili, e ne custodisce la memoria.
Vi offro una pagina commovente, che parla proprio di lei.
«Santa Madonna del Carmine, tu che sei madre e hai patito per il tiglio tuo, dammi pace e conforto e proteggi ‘u figgiu meu…»
Così prega Rosa, e lo fa di continuo. Il suo lavoro al telaio è scandito dal rosario, le sue ore di ricamo alla luce delle candele sono percorse da invocazioni ai santi, corrono dalle labbra alle dita che si muovono instancabili sui fili.
Lavora e prega, Rosa, e lo fa per non pensare, per non sentire quel dolore che l'ha colta nuda, indifesa. Pensava la sua vita sarebbe stata un susseguirsi di affanni piccoli e grandi, di lutti e di gioie, come succede in tutte le famiglie. Invece le era toccata l'angoscia peggiore: non conoscere la sorte di un figlio.
«Madre di Dio, proteggimelo tu. Che stia bene, dentro e fuori. Lui e pure tutti gli altri.»
Prega per la sua anima, ma anche per il suo corpo, perché la sua è una certezza tanto arbitraria quanto incrollabile: Francesco è vivo. Se gli fosse successo qualcosa, lei lo saprebbe, lo sentirebbe, perché lui è sangue suo, la sua carne l'ha fatta lei, se l'è sentito crescere dentro. È un pezzo di anima più grande di quello degli altri figli. Certe notti se lo sogna pure; le pare di averlo accanto, e allora se lo abbraccia stretto, sentendo sotto le dita le spalle ossute e le braccia asciutte e nervose. Sogni che le danno uno strano conforto nelle giornate più cupe, nel silenzio pesante della casa o se qualcuno - talvolta persino Mimma - parla di Francesco come se fosse morto.
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