Tutti abbiamo "incontrato" Matilde di Canossa studiando storia a scuola, e qualcosa di lei ci è rimasto impresso. Magari non ricordiamo bene gli eventi di quel periodo (a cavallo fra l’XI e il XII secolo), forse la lotta per le investiture si perde nella nebbia di pagine lontane, ma il nome di Matilde sicuramente non l’abbiamo dimenticato.
Fu colei che tenne testa (anche con le armi) all'imperatore, e che amò (fin troppo, stando alle malelingue) il papa. Potente feudataria, donna di grande vision politica, fu l’artefice della grande umiliazione di Enrico IV. Se l’espressione "venire a Canossa" è tuttora proverbiale, lo dobbiamo a lei.
Ebbene: la scrittrice Elisa Guidelli, ne Il romanzo di Matilda, tenta una trasposizione narrativa di questa figura formidabile. Ne ricostruisce la biografia con buona esattezza storica, e nello stesso tempo riesce a dipingere con vive pennellate il ritratto di una donna appassionata e passionale, dotata di straordinaria forza e capace di grande fragilità, fedele ai suoi ideali e nello stesso tempo concretissima.
11 luglio 2019
05 luglio 2019
Piccole gioie
Ho approfittato di un giorno di ferie per regalarmi qualche ora di rara lentezza.
Andare in biblioteca e scegliermi con calma un nuovo romanzo.
Comprarmi una bottiglietta d'acqua fresca.
Passeggiare nel parco e cercare una panchina all'ombra.
Sedermi fra i pini a leggere nel silenzio mattutino.
Cose così.
Piccole gioie.
Poi, ad un certo punto, sono arrivate due signore di una certa età, hanno individuato una panchina a pochi metri dalla mia, e si sono scambiate un cenno di intesa. Poi si sono sedute, hanno tirato fuori dalle borse un libro ciascuna, e si sono messe a leggere. Sembrava la succursale della biblioteca, versione outdoor.
Comunque erano davvero due distintissime, gradevolissime signore. E dev'essere bella, l'amicizia fra loro.
Andare in biblioteca e scegliermi con calma un nuovo romanzo.
Comprarmi una bottiglietta d'acqua fresca.
Passeggiare nel parco e cercare una panchina all'ombra.
Sedermi fra i pini a leggere nel silenzio mattutino.
Cose così.
Piccole gioie.
Poi, ad un certo punto, sono arrivate due signore di una certa età, hanno individuato una panchina a pochi metri dalla mia, e si sono scambiate un cenno di intesa. Poi si sono sedute, hanno tirato fuori dalle borse un libro ciascuna, e si sono messe a leggere. Sembrava la succursale della biblioteca, versione outdoor.
Comunque erano davvero due distintissime, gradevolissime signore. E dev'essere bella, l'amicizia fra loro.
04 luglio 2019
Il verbo leggere...
«Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? Se si mettessero insieme le lagrime versate nei cinque continenti per colpa dell’ortografia, si otterrebbe una cascata da sfruttare per la produzione dell’energia elettrica. Ma io trovo che sarebbe un’energia troppo costosa. Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa»
(da Il libro degli errori).
No, il verbo leggere non sopporta l'imperativo: la lettura è un'avventura!!!
20 maggio 2019
Il pacere non può aspettare
Ero immersa nella lettura, quando mio figlio ha dato un’occhiata distratta alla copertina del libro che avevo fra le mani, e ha sorriso divertito. Che cosa diamine stava leggendo sua madre? Dal titolo poteva sembrare un romanzetto erotico-sentimentale, lontano anni luce dai consueti gusti letterari.
Invece no. Il piacere non può aspettare è un romanzo delicato e luminoso, in cui la scrittrice indiana Tishani Doshi riesce a raccontare tutto il mondo delle sue origini.
Babo, il primogenito di una famiglia indiana profondamente tradizionale, va a Londra per un’esperienza di studio e di lavoro. L’impatto con la cultura occidentale non è facile; ma il giovane ben presto conosce Sian, una ragazza gallese che gli cattura il cuore. E fin qui gli ingredienti sembrerebbero quelli del classico romanzo d’amore: dal colpo di fulmine al matrimonio, attraverso varie vicissitudini, e poi avanti fino al “vissero per sempre felici e contenti”.
Ma in questo romanzo c’è qualcosa di più: una saga familiare che copre decenni di storia, in sapiente equilibrio tra affermazione di identità e rispetto per la diversità. Sullo sfondo, temi che colpiscono in carne viva chiunque abbia cuore e mente desti: la nascita e il dolore, il desiderio di felicità e la perdita di sé, la vecchiaia e la morte.
Vi offro una pagina delicata in cui il giovane Babo e la sua nonna Ba parlano d’amore...
Solo dopo che le donne se ne erano andate, e le stuoie di iuta erano state arrotolate e riposte, Babo raggiungeva sua nonna. Si sedevano insieme a cenare sotto le prime stelle, e a chiacchierare con il sottofondo dei grilli fra le piante. Ba gli raccontava storie di antenati di cui Babo sapeva pochissimo. Gli descriveva scandalosi matrimoni d’amore, incluso quello di sua sorella – fuggita con un giovane musulmano di un villaggio vicino, a mai più ritornata -, o quello del figlio di Banta-behn, che si era innamorato della cugina Damyanti, dalla pelle scura e butterata. Babo ascoltava attento, con la segreta certezza che il suo scandalo d’amore fosse il più appassionante.
“Tu amavi il nonno?” le chiese Babo una sera, durante la settimana di sciopero delle poste inglesi, quando per ben dieci giorni non aveva avuto notizie di Sian. “Quando è morto, non hai mai avuto la sensazione che saresti morta anche tu da quanto ti mancava?”
“Non era così per noi, Babo. Ci sono così tanti modi di amare una persona… Per noi era una cosa delicata, niente a che vedere con quello che senti adesso. Quello che provi tu è molto raro. Noi lo chiamiamo ekam. Dicono che si possa conoscere una sola volta nella vita, oppure mai. Alcuni lo hanno descritto come entrare in una grotta senza fine. Altri come sentire il cuore che brucia su un fuoco lento di loppa secca. Quando provi questo ekam hai l’impressione di poter eliminare qualsiasi colpa nel mondo, qualsiasi profanazione e qualsiasi sfortuna”.
Invece no. Il piacere non può aspettare è un romanzo delicato e luminoso, in cui la scrittrice indiana Tishani Doshi riesce a raccontare tutto il mondo delle sue origini.
Babo, il primogenito di una famiglia indiana profondamente tradizionale, va a Londra per un’esperienza di studio e di lavoro. L’impatto con la cultura occidentale non è facile; ma il giovane ben presto conosce Sian, una ragazza gallese che gli cattura il cuore. E fin qui gli ingredienti sembrerebbero quelli del classico romanzo d’amore: dal colpo di fulmine al matrimonio, attraverso varie vicissitudini, e poi avanti fino al “vissero per sempre felici e contenti”.
Ma in questo romanzo c’è qualcosa di più: una saga familiare che copre decenni di storia, in sapiente equilibrio tra affermazione di identità e rispetto per la diversità. Sullo sfondo, temi che colpiscono in carne viva chiunque abbia cuore e mente desti: la nascita e il dolore, il desiderio di felicità e la perdita di sé, la vecchiaia e la morte.
Vi offro una pagina delicata in cui il giovane Babo e la sua nonna Ba parlano d’amore...
Solo dopo che le donne se ne erano andate, e le stuoie di iuta erano state arrotolate e riposte, Babo raggiungeva sua nonna. Si sedevano insieme a cenare sotto le prime stelle, e a chiacchierare con il sottofondo dei grilli fra le piante. Ba gli raccontava storie di antenati di cui Babo sapeva pochissimo. Gli descriveva scandalosi matrimoni d’amore, incluso quello di sua sorella – fuggita con un giovane musulmano di un villaggio vicino, a mai più ritornata -, o quello del figlio di Banta-behn, che si era innamorato della cugina Damyanti, dalla pelle scura e butterata. Babo ascoltava attento, con la segreta certezza che il suo scandalo d’amore fosse il più appassionante.
“Tu amavi il nonno?” le chiese Babo una sera, durante la settimana di sciopero delle poste inglesi, quando per ben dieci giorni non aveva avuto notizie di Sian. “Quando è morto, non hai mai avuto la sensazione che saresti morta anche tu da quanto ti mancava?”
“Non era così per noi, Babo. Ci sono così tanti modi di amare una persona… Per noi era una cosa delicata, niente a che vedere con quello che senti adesso. Quello che provi tu è molto raro. Noi lo chiamiamo ekam. Dicono che si possa conoscere una sola volta nella vita, oppure mai. Alcuni lo hanno descritto come entrare in una grotta senza fine. Altri come sentire il cuore che brucia su un fuoco lento di loppa secca. Quando provi questo ekam hai l’impressione di poter eliminare qualsiasi colpa nel mondo, qualsiasi profanazione e qualsiasi sfortuna”.
18 maggio 2019
Appassionarsi ancora alla lettura
L'istituto superiore Bachelet di Abbiategrasso ha pubblicato sul sito della scuola una news che racconta l'incontro dei ragazzi con l'autrice de Il velo dorato.
Leggere quell'articolo ha risvegliato in me piacevoli ricordi e sincera gratitudine.
Se i miei romanzi giocano un piccolo ruolo fra le «motivazioni che inducono uno studente ad appassionarsi ancora alla lettura», e se riescono a suscitare «un profondo desiderio di approfondire alcune questioni», non posso esserne che felice.
Leggere quell'articolo ha risvegliato in me piacevoli ricordi e sincera gratitudine.
Se i miei romanzi giocano un piccolo ruolo fra le «motivazioni che inducono uno studente ad appassionarsi ancora alla lettura», e se riescono a suscitare «un profondo desiderio di approfondire alcune questioni», non posso esserne che felice.
«Sabato 16 marzo nell'auditorium dell’IIS Bachelet, nell'ambito del progetto cultura, si è tenuto un interessante incontro con Laura Blandino, autrice di alcuni romanzi quali “La camera bella”, “Tempo di cose nuove”, “Il velo dorato”.
Gli studenti hanno potuto porre alla scrittrice numerose domande, dando origine così ad un vivace dialogo che spaziava dalla genesi dei romanzi, alle caratteristiche dei personaggi, dalle tematiche affrontate nei testi, alle motivazioni che inducono uno studente ad appassionarsi ancora alla lettura.
Si tratta di romanzi che hanno come protagonisti ragazzi che affrontano le problematiche dell’adolescenza. Proprio per questo dalle domande degli studenti è emerso un profondo desiderio di approfondire alcune questioni, come l’amicizia, il rapporto con i genitori, le relazioni affettive, l’accoglienza degli stranieri.
L’incontro si è dunque rivelato una preziosa occasione di dialogo e di libero confronto a partire dalla lettura condivisa di un testo».
06 maggio 2019
Lettere di Nicodemo
Ho sempre amato il genio letterario di Jan Dobraczynski, ma per lasciarmi catturare dalle Lettere di Nicodemo ho dovuto superare alcune resistenze. Innanzi tutto per la forma epistolare (che non è nelle mie corde) e per alcuni dettagli narrativi (non del tutto convincenti). In secondo luogo perché qualsiasi romanzo tenti di raccontare parole e gesti di Cristo, istintivamente mi urta: ogni virgola in più o in meno rispetto ai Vangeli suscita in me una sorta di diffidenza.
Tuttavia, seguendo il suggerimento di alcuni amici, ho proseguito la lettura cercando di lasciare da parte i miei preconcetti.
A lettura ultimata posso affermare che l’opera dello scrittore polacco è un tentativo ben riuscito di raccontare l’incontro di un uomo con la persona di Gesù. Nicodemo va alla ricerca del Galileo partendo da un proprio bisogno concreto, da un dolore struggente: spera che Gesù possa guarirgli la moglie malata. E a lui si accosta con un groviglio di riserve, dubbi, snobismo intellettuale e perplessità umanissime.
È l’inizio di un lungo percorso interiore, che condurrà Nicodemo a una insperata, luminosissima resa senza condizioni.
Vi offro una pagina tratta dalla “terza lettera”, a mio avviso emblematica dell’approccio iniziale di Nicodemo…
Certamente ti meraviglierai all'udire che ho conversato con individui che si sono sottoposti ai sortilegi di questo galileo! Ma, vedi, la malattia di Ruth mi spinge a qualsiasi enormità, questa malattia che ogni giorno la indebolisce sempre più […].
Pur di por fine a questo tormento, sono disposto – per quanto me ne vergogni – a chiedere aiuto al galileo, Non rimproverarmi, Giusto. Di lui si racconta, tra l’altro, questo strano miracolo. A Cana in Galilea – villaggio situato lungo il pendio che scende fino al lago di Genezareth e in cui i giovani della regione sogliono celebrare le loro nozze – egli fu invitato a una di tali feste e prese parte al banchetto. Come accade in simili occasioni, questa gente rozza e intemperante beve vino e mangia focacce di miele oltre misura e puoi star certo che là non si fa attenzione alle preghiere e al digiuno, così come non si bada a raccogliere gli avanzi e a lavare bene il vasellame. Gli invitati bevono finché è possibile, poi cominciano a ballare senza tregua e a cantare a perdifiato. E sorvolo sul resto! Un fariseo non potrebbe mai prender parte a una tale baldoria impura: noi siamo qui per dare il buon esempio agli Am-ha’arez e non per approvare le loro sregolatezze. Il Galileo, per contro, non solo si è seduto al loro tavolo, ma ha addirittura mutato l’acqua in vino, quando questo è venuto a mancare!
Se questo miracolo si è davvero verificato, bisogna dire che un dono inestimabile è posto in mani irresponsabili. Distribuiamo pane, ma non vino! I miei servi portano, ogni giorno, una cesta di pane ai poveri e il mio amministratore ha recentemente calcolato che se io donassi quotidianamente due pani a ogni credente della Giudea, della Galilea e della Diaspora, tutto il mio patrimonio si esaurirebbe in tre giorni. Che cosa accadrebbe se, in luogo di pane e di esortazione alla preghiera, io offrissi a quei pezzenti una brocca di vino con un invito a divertirsi? Una elemosina offerta sconsideratamente non fa altro che incoraggiare i poveri alla più incosciente spensieratezza.
Si dovrebbe giudicare però il valore di questo fatto anche sotto un altro aspetto. Quell'uomo ha cambiato grandi idrie d’acqua in vino a beneficio di suoi occasionali compagni, affinché essi potessero saziare i loro desideri smodati. Orbene, se egli è in possesso di un dono tanto potente, non sarebbe più giusto che ne facesse profittare i più degni? Non sarebbe più conveniente che egli sanasse la mia Ruth piuttosto che inondare di vino (e della migliore qualità, si dice) la casa di un contadino della Galilea? Se egli la guarisse! In tal caso saprei ben dimostrargli la mia gratitudine.
Tuttavia, seguendo il suggerimento di alcuni amici, ho proseguito la lettura cercando di lasciare da parte i miei preconcetti.
A lettura ultimata posso affermare che l’opera dello scrittore polacco è un tentativo ben riuscito di raccontare l’incontro di un uomo con la persona di Gesù. Nicodemo va alla ricerca del Galileo partendo da un proprio bisogno concreto, da un dolore struggente: spera che Gesù possa guarirgli la moglie malata. E a lui si accosta con un groviglio di riserve, dubbi, snobismo intellettuale e perplessità umanissime.
È l’inizio di un lungo percorso interiore, che condurrà Nicodemo a una insperata, luminosissima resa senza condizioni.
Vi offro una pagina tratta dalla “terza lettera”, a mio avviso emblematica dell’approccio iniziale di Nicodemo…
Certamente ti meraviglierai all'udire che ho conversato con individui che si sono sottoposti ai sortilegi di questo galileo! Ma, vedi, la malattia di Ruth mi spinge a qualsiasi enormità, questa malattia che ogni giorno la indebolisce sempre più […].
Pur di por fine a questo tormento, sono disposto – per quanto me ne vergogni – a chiedere aiuto al galileo, Non rimproverarmi, Giusto. Di lui si racconta, tra l’altro, questo strano miracolo. A Cana in Galilea – villaggio situato lungo il pendio che scende fino al lago di Genezareth e in cui i giovani della regione sogliono celebrare le loro nozze – egli fu invitato a una di tali feste e prese parte al banchetto. Come accade in simili occasioni, questa gente rozza e intemperante beve vino e mangia focacce di miele oltre misura e puoi star certo che là non si fa attenzione alle preghiere e al digiuno, così come non si bada a raccogliere gli avanzi e a lavare bene il vasellame. Gli invitati bevono finché è possibile, poi cominciano a ballare senza tregua e a cantare a perdifiato. E sorvolo sul resto! Un fariseo non potrebbe mai prender parte a una tale baldoria impura: noi siamo qui per dare il buon esempio agli Am-ha’arez e non per approvare le loro sregolatezze. Il Galileo, per contro, non solo si è seduto al loro tavolo, ma ha addirittura mutato l’acqua in vino, quando questo è venuto a mancare!
Se questo miracolo si è davvero verificato, bisogna dire che un dono inestimabile è posto in mani irresponsabili. Distribuiamo pane, ma non vino! I miei servi portano, ogni giorno, una cesta di pane ai poveri e il mio amministratore ha recentemente calcolato che se io donassi quotidianamente due pani a ogni credente della Giudea, della Galilea e della Diaspora, tutto il mio patrimonio si esaurirebbe in tre giorni. Che cosa accadrebbe se, in luogo di pane e di esortazione alla preghiera, io offrissi a quei pezzenti una brocca di vino con un invito a divertirsi? Una elemosina offerta sconsideratamente non fa altro che incoraggiare i poveri alla più incosciente spensieratezza.
Si dovrebbe giudicare però il valore di questo fatto anche sotto un altro aspetto. Quell'uomo ha cambiato grandi idrie d’acqua in vino a beneficio di suoi occasionali compagni, affinché essi potessero saziare i loro desideri smodati. Orbene, se egli è in possesso di un dono tanto potente, non sarebbe più giusto che ne facesse profittare i più degni? Non sarebbe più conveniente che egli sanasse la mia Ruth piuttosto che inondare di vino (e della migliore qualità, si dice) la casa di un contadino della Galilea? Se egli la guarisse! In tal caso saprei ben dimostrargli la mia gratitudine.
02 maggio 2019
World Bloggers Day 2019
Ho appena scoperto che oggi - come ogni anno dal 2010 - si celebra la “Giornata Mondiale dei Blogger”. Lì per lì ho sorriso: esistono proprio “giornate mondiali” per tutto, dall'hamburger alle tartarughe, dagli uccelli migratori all'igiene delle mani; c’è persino la giornata mondiale del vento!
A ben pensarci, però, accendere i riflettori sul "blogging" può avere un significato importante: da un lato per riconoscere la rilevanza del fenomeno, che sta lasciando un segno nel modo di comunicare dei nostri tempi; dall'altro per valorizzare la libertà di espressione dei “blogger”, che in molti paesi sono perseguitati (e non certo in senso metaforico: alcuni di loro ci hanno lasciato la pelle).
Quello che io curo da alcuni anni - “La lettura è un’avventura!” - è un piccolo blog senza pretese; però dal 2015 raccoglie pagine (queste sì, scritte da penne di valore) e spunti di riflessione. Perché non si perda mai - a nessuna età - “il piacere di leggere, il coraggio di sognare, la voglia di crescere”.
A ben pensarci, però, accendere i riflettori sul "blogging" può avere un significato importante: da un lato per riconoscere la rilevanza del fenomeno, che sta lasciando un segno nel modo di comunicare dei nostri tempi; dall'altro per valorizzare la libertà di espressione dei “blogger”, che in molti paesi sono perseguitati (e non certo in senso metaforico: alcuni di loro ci hanno lasciato la pelle).
Quello che io curo da alcuni anni - “La lettura è un’avventura!” - è un piccolo blog senza pretese; però dal 2015 raccoglie pagine (queste sì, scritte da penne di valore) e spunti di riflessione. Perché non si perda mai - a nessuna età - “il piacere di leggere, il coraggio di sognare, la voglia di crescere”.
08 aprile 2019
Cassanico
Il velo dorato - come pure i due romanzi precedenti, La camera bella e Tempo si cose nuove - è ambientato a Cassanico, un’immaginaria cittadina piccola e quieta, che sorge sulla sommità di una collina e si estende lungo i suoi versanti, digradando dolcemente.
Tutt'intorno, la campagna: un ondeggiare di alture verdissime, vigneti e frutteti, pendii erbosi per il pascolo. Qua e là, le frazioni: gruppi di case rurali, villaggi piccoli ma dignitosi.
Tutto l’intreccio si svolge in un alternarsi armonioso di scorci cittadini e spazi campestri.
– Ci piacerà.
Si preannunciava una serena giornata estiva e il sole del mattino rendeva ancora più brillante la campagna: un ondeggiare di alture verdissime, vigneti e frutteti, prati e pascoli; un paesaggio profondamente diverso da quello siciliano, con cui lo sguardo di Tom aveva confidenza da sempre.
Pochi minuti dopo, all'orizzonte apparve la cittadina di Cassanico: sorgeva sulla sommità della collina più alta, e si estendeva lungo i suoi versanti, digradando dolcemente.
Tutt'intorno, la campagna: un ondeggiare di alture verdissime, vigneti e frutteti, pendii erbosi per il pascolo. Qua e là, le frazioni: gruppi di case rurali, villaggi piccoli ma dignitosi.
Tutto l’intreccio si svolge in un alternarsi armonioso di scorci cittadini e spazi campestri.
– È bello qui – commentò Tom, senza staccare lo sguardo dal paesaggio che scorreva fuori dal finestrino.
– Stiamo lasciando la pianura, vedrai quante colline fra poco.– Ci piacerà.
Si preannunciava una serena giornata estiva e il sole del mattino rendeva ancora più brillante la campagna: un ondeggiare di alture verdissime, vigneti e frutteti, prati e pascoli; un paesaggio profondamente diverso da quello siciliano, con cui lo sguardo di Tom aveva confidenza da sempre.
Pochi minuti dopo, all'orizzonte apparve la cittadina di Cassanico: sorgeva sulla sommità della collina più alta, e si estendeva lungo i suoi versanti, digradando dolcemente.
29 marzo 2019
Paola e Stefano
Intorno protagonisti de Il velo dorato si muovono altri personaggi, alcuni già noti ai lettori dei romanzi precedenti.
In particolare, che fine hanno fatto Paola e Stefano, protagonisti di Tempo di cose nuove?
Paola
Paola Bonvicino, Bonnie per gli amici, non è più la ragazza goffa e impacciata arrivata da Roma un anno fa. È tuttora una persona semplice, timida, di poche parole; ma ha imparato a credere in se stessa e a lasciarsi voler bene.
All’inizio del romanzo la incontriamo al Centro Estivo. Aiuta l’amica Lia nella gestione dei ragazzini, e accoglie Tom appena arrivato a Cassanico.
Stefano
Anche Stefano è cambiato molto da quando, un anno prima, era arrivato a Cassanico da Roma pieno di rabbia e ribellione. Ora è un giovane uomo che sta prendendo in mano la propria vita, e si prepara per le selezioni dell’Accademia Militare.
In un dialogo con la coetanea Chiara, emerge la consapevolezza con cui Stefano sta costruendo il proprio futuro:
In particolare, che fine hanno fatto Paola e Stefano, protagonisti di Tempo di cose nuove?
Paola
Paola Bonvicino, Bonnie per gli amici, non è più la ragazza goffa e impacciata arrivata da Roma un anno fa. È tuttora una persona semplice, timida, di poche parole; ma ha imparato a credere in se stessa e a lasciarsi voler bene.
All’inizio del romanzo la incontriamo al Centro Estivo. Aiuta l’amica Lia nella gestione dei ragazzini, e accoglie Tom appena arrivato a Cassanico.
– Ciao, Tom! Che ci fai qui tutto solo? – gli chiese Bonnie un pomeriggio, notandolo seduto su una panca in un angolo del cortile, mentre tutti gli altri compagni giocavano a palla avvelenata. Gli sorrise, e si sedette accanto a lui. C’era ombra in quel punto del “campone”, si stava piacevolmente al fresco.– Me l’ha ordinato Lia. Per castigo, credo. O qualcosa del genere.– E come mai?– Perché ho detto minchia. A lei non piace.– Beh, non possiamo darle torto. Non è una bella parola.– Rocco la diceva sempre.– E chi era Rocco?– Era quello che faceva i lavoretti nella casa-famiglia. Quando si rompeva qualcosa o un rubinetto perdeva o si scrostava un muro o si bloccava la lavatrice, niente paura: chiamavamo Rocco. Era il tuttofare di nonna Rosa.– E chi era nonna Rosa?Tom raccontò. Con Paola si sentiva al sicuro: non aveva la chiacchiera facile, come certi tizi (e certe tizie, soprattutto) che anelavano a conoscere i fatti altrui per parlarne con tutti. Inoltre, il ragazzino percepiva in lei un interesse sincero; Bonnie ascoltava in silenzio, gli teneva incollato addosso lo sguardo serio dei suoi occhi nerissimi, di tanto in tanto annuiva con un breve cenno del capo.Lia li vide da lontano, capì e sorrise. Era nata un’amicizia.
Stefano
Anche Stefano è cambiato molto da quando, un anno prima, era arrivato a Cassanico da Roma pieno di rabbia e ribellione. Ora è un giovane uomo che sta prendendo in mano la propria vita, e si prepara per le selezioni dell’Accademia Militare.
In un dialogo con la coetanea Chiara, emerge la consapevolezza con cui Stefano sta costruendo il proprio futuro:
– Vero. Comunque in questa fase della mia vita le ragazze non sono più importanti come un tempo. Ciò che conta di più è riuscire a realizzare il mio sogno. Domenica sono stato di nuovo a Revinasco a parlare con il colonnello.– Il papà del maestro Guerra?– Sì, mi racconta un sacco di cose della vita militare. Quando lui parla, mi sembra quasi di essere lì, in accademia o in missione e desidero un sacco riuscire a intraprendere quella strada.– Diventare un soldato? – chiese Chiara, con affettuosa ammirazione. Stefano era maturato molto da quando l’aveva conosciuto un anno prima.– Diventare “vero uomo e comandante di uomini”, come dice il colonnello.– Anch’io spero di diventare una vera donna, un giorno… – disse Chiara, quasi tra sé e sé. E Stefano accolse in silenzio quell’accento d’inattesa sincerità.Mentre si prepara per l’Accademia, Stefano coltiva la sua passione per il basket, di cui è giocatore a livello agonistico, e dà una mano nell’allenamento dei ragazzini. Tom ne rimane affascinato, e cerca istintivamente in lui la compagnia di una guida sicura.
Da quel giorno Tom iniziò gli allenamenti alla Virtus, tre volte la settimana. – Sei in gamba, negretto! – esclamò Stefano, alla fine della quinta seduta.– Grazie, grazie – rispose Tom, senza offendersi minimamente per l’appellativo. – Ti stai impegnando molto e per premiarti ti ho portato una cosa.Stefano tirò fuori dal suo armadietto una sacca sportiva e ne rovesciò il contenuto su una panca dello spogliatoio: c’erano due tute complete, calzoncini, magliette e persino un pallone da basket.– È tutto quasi nuovo – spiegò Stefano – Sono divise che ho usato pochissimo, perché in quel periodo ero cresciuto molto in fretta. Se ti fa piacere, puoi tenerle.Tom non riusciva a credere ai suoi occhi: – Davvero puoi prestarmele?– Te le regalo.– Anche il pallone?– Anche il pallone.– Anche la sacca?– Anche la sacca.Tom regalò a Stefano uno sguardo fiammeggiante di riconoscenza. Per un attimo provò l’impulso di abbracciarlo con slancio e solo il suo pudore di piccolo vero uomo lo trattenne.
14 marzo 2019
Chiara e Cecilia
Intorno protagonisti de Il velo dorato si muovono altri personaggi, alcuni già noti ai lettori de La camera bella.
In particolare, che fine hanno fatto Chiara e Cecilia, l’adolescente e la ragazzina che ci hanno tenuto compagnia fra le pagine del primo romanzo?
Chiara
Chiara sta crescendo, e acquisisce via via una più profonda consapevolezza di sé. Ha ormai diciannove anni (ne compirà venti in primavera), e frequenta il primo anno di università.
La sua relazione con Luca si sviluppa, e lentamente cresce: grazie al tempo trascorso insieme, ma anche attraverso momenti di incomprensione e di insicurezza. Fino al travaglio logorante della gelosia.
Cecilia
Cecilia, la sorella minore di Chiara, ha ora nove anni (ne compirà dieci in primavera), ma continua a essere la ragazzina tremenda, acuta e senza filtri che avevamo imparato a conoscere nei due romanzi precedenti. Ha conservato la sua capacità di esprimere in modo diretto e autentico le cose - belle o brutte, buone o cattive - che pensa e che prova.
Quando Adaora sarà ingiustamente sospettata di furto, Cecilia non potrà fare a meno di prendere in pugno la situazione. Ovviamente a modo suo.
In particolare, che fine hanno fatto Chiara e Cecilia, l’adolescente e la ragazzina che ci hanno tenuto compagnia fra le pagine del primo romanzo?
Chiara
Chiara sta crescendo, e acquisisce via via una più profonda consapevolezza di sé. Ha ormai diciannove anni (ne compirà venti in primavera), e frequenta il primo anno di università.
La sua relazione con Luca si sviluppa, e lentamente cresce: grazie al tempo trascorso insieme, ma anche attraverso momenti di incomprensione e di insicurezza. Fino al travaglio logorante della gelosia.
Era questo il grande tarlo di Chiara: una sottile gelosia che la tormentava continuamente e che la rendeva insicura. Diceva a se stessa quanto fosse un sentimento irragionevole, perché Luca non le aveva mai dato motivo di temere. Eppure, non riusciva mai a essere completamente tranquilla. – Sei esagerata! – la rimproverava sempre Adriana.– Vorrei vedere te! Luca trascorre le giornate in ufficio circondato da chissà quante ragazze bellissime, poi arriva a casa e si ritrova fra i piedi quella là…– La nigeriana, intendi? Da quel che so, non è affatto a caccia di uomini. Le interessa suo figlio e basta.– Però a Ferragosto sculettava davanti a Luca in costume da bagno. L’ho saputo, sai? Le voci corrono, in città.– Appunto. Se ci fosse qualcosa di poco limpido, stai certa che ne verresti a conoscenza nel giro di poche ore.– Sarebbe comunque troppo tardi. Io non voglio perdere il mio Luca…– …e allora tienitelo stretto! – ribatté Adriana con un sorriso malizioso.
Cecilia
Cecilia, la sorella minore di Chiara, ha ora nove anni (ne compirà dieci in primavera), ma continua a essere la ragazzina tremenda, acuta e senza filtri che avevamo imparato a conoscere nei due romanzi precedenti. Ha conservato la sua capacità di esprimere in modo diretto e autentico le cose - belle o brutte, buone o cattive - che pensa e che prova.
Quando Adaora sarà ingiustamente sospettata di furto, Cecilia non potrà fare a meno di prendere in pugno la situazione. Ovviamente a modo suo.
Cecilia, forte della sua faccia tosta, si recò con Tom e Pipetto presso la stazione dei carabinieri. A dire il vero impiegò mezz'ora buona per convincerli, ma alla fine riuscì a trascinarseli dietro, per amore o per forza. Non era umanamente possibile arginare il vulcano Cecilia, una volta iniziata l’eruzione.Al carabiniere di guardia si presentarono con tono educato ma deciso e chiesero del maresciallo Esposito.– Potete dire a me, se avete bisogno – rispose il giovane, senza prenderli troppo sul serio.– Lei non è il maresciallo vero? – insistette Cecilia.– No, io non sono il maresciallo.– E allora per cortesia ci lasci entrare, dobbiamo parlare con il maresciallo perché abbiamo importanti informazioni e sappiamo cose sui furti nelle ville e questo caso lo segue proprio lui.Il carabiniere di guardia stava per perdere la pazienza, quando il maresciallo Esposito, transitando davanti a una finestra del pianterreno, vide i tre ragazzini in strada e riconobbe Tom. Aprì il portone e si affacciò sulla soglia.– Ci sono problemi? – chiese con tono severo. […]– Lei è il maresciallo, vero? – chiese Cecilia; poi sorrise angelicamente – Sì, lo è: Tom me lo aveva detto che è pelato.– Perché mi cercate?– Abbiamo delle informazioni che potrebbero esserle molto utili.Il maresciallo Esposito li fece entrare e li ricevette nel suo ufficio. Cecilia rovesciò sulla scrivania un cumulo di foglietti e iniziò a descrivere con dovizia di particolari i risultati delle indagini.Il contributo dei ragazzini alle indagini non avrà alcuna rilevanza concreta, ma la dirompente iniziativa di Cecilia sarà per Tom una nuova, fondamentale prova di amicizia.
04 marzo 2019
La lettura nell'arte: Morisot
Torniamo al grande tema della lettura nell'arte; ovvero agli artisti che hanno catturato sulle loro tele le immagini di persone immerse nella lettura.
Qualche mese fa avevamo parlato di Renoir e della sua "Liseuse". Oggi vi offro un'altra opera a mio giudizio bellissima: il ritratto che la pittrice impressionista Berthe Morisot fece alla figlia Julie immersa nella lettura (1886).
Non è un dipinto famoso, ma sa cogliere con rara delicatezza l'atteggiamento assorto della ragazzina.
E non so che farci: le adolescenti che leggono, mi commuovono.
17 febbraio 2019
23 gennaio 2019
Da dove la vita è perfetta
Il Villaggio Labriola è un quartiere popolare all’estrema periferia della città: casermoni fatiscenti, strade polverose, situazioni di disagio. In questa cornice grigia, la giovanissima Adele rimane incinta.
Silvia Avallone, nel suo Da dove la vita è perfetta, intesse sapientemente una fitta trama di storie sofferte ed estreme. Pagina dopo pagina sa catturare il lettore: mente, cuore, pancia. Soprattutto, è capace di attraversare senza retorica e con grande delicatezza temi da vertigini: aborto, adozione, fecondazione in vitro, disabilità, adolescenza, conflittualità generazionale, crisi di coppia.
Storie parallele, che solo a tratti – per un poco – sembrano incrociarsi: esistenze al limite, poste di fronte a scelte destinate a cambiare la vita per sempre.
Era troppo stanca. Aveva camminato così tanto, quel giorno. Da sola. Nella città deserta di metà agosto, per strade e piazze che non aveva mai visto. E ogni volta era stata sul punto di fermarsi, salire su un autobus e tornare, ma qualcosa l’aveva spinta a non farlo.
Non poteva togliersi dalla testa che fosse capace di sognare. Quel puntino minuscolo, tra una decina di settimane, avrebbe aperto le palpebre e ascoltato la sua voce. E già adesso, in quel preciso istante, era in grado di sentire lei. Lei, che era la sua casa.
Senza accorgersene, aveva risalito via Sant’Isaia fino a via Barberia, e l’ombra dei portici l’aveva protetta dall'incandescenza del sole. Aveva incontrato madonne affrescate con i loro bambini sotto le volte dei colonnati, il bassorilievo di un’Annunciazione. A guardarli, si era stupita dei colori vividi di quei palazzi: gialli, rosa, arancioni; la loro bellezza contro l’azzurro del cielo. […]
Adesso il centro storico le sembrava alla sua portata. Come un regno in balia del vuoto. Se lo conquistava piano piano, ammirata. Entrando nel fresco delle chiese. Sedendosi sulle scalinate.
Non lo sapeva, da dove le veniva quella necessità di camminare e camminare. Lo stava cullando, forse. In quella camera nera in fondo alla pancia, lo portava con sé e tentava di rassicurarlo.
Silvia Avallone, nel suo Da dove la vita è perfetta, intesse sapientemente una fitta trama di storie sofferte ed estreme. Pagina dopo pagina sa catturare il lettore: mente, cuore, pancia. Soprattutto, è capace di attraversare senza retorica e con grande delicatezza temi da vertigini: aborto, adozione, fecondazione in vitro, disabilità, adolescenza, conflittualità generazionale, crisi di coppia.
Storie parallele, che solo a tratti – per un poco – sembrano incrociarsi: esistenze al limite, poste di fronte a scelte destinate a cambiare la vita per sempre.
Era troppo stanca. Aveva camminato così tanto, quel giorno. Da sola. Nella città deserta di metà agosto, per strade e piazze che non aveva mai visto. E ogni volta era stata sul punto di fermarsi, salire su un autobus e tornare, ma qualcosa l’aveva spinta a non farlo.
Non poteva togliersi dalla testa che fosse capace di sognare. Quel puntino minuscolo, tra una decina di settimane, avrebbe aperto le palpebre e ascoltato la sua voce. E già adesso, in quel preciso istante, era in grado di sentire lei. Lei, che era la sua casa.
Senza accorgersene, aveva risalito via Sant’Isaia fino a via Barberia, e l’ombra dei portici l’aveva protetta dall'incandescenza del sole. Aveva incontrato madonne affrescate con i loro bambini sotto le volte dei colonnati, il bassorilievo di un’Annunciazione. A guardarli, si era stupita dei colori vividi di quei palazzi: gialli, rosa, arancioni; la loro bellezza contro l’azzurro del cielo. […]
Adesso il centro storico le sembrava alla sua portata. Come un regno in balia del vuoto. Se lo conquistava piano piano, ammirata. Entrando nel fresco delle chiese. Sedendosi sulle scalinate.
Non lo sapeva, da dove le veniva quella necessità di camminare e camminare. Lo stava cullando, forse. In quella camera nera in fondo alla pancia, lo portava con sé e tentava di rassicurarlo.
09 gennaio 2019
La prima neve
La prima neve è sempre un'emozione. A volte però l'entusiasmo si esaurisce in fretta, se non si è abbastanza attrezzati: il freddo morde la pelle, penetra nelle ossa, e intorpidisce i pensieri.
Nella vita ci sono momenti in cui, per scaldarsi, occorre un amico...
Nella vita ci sono momenti in cui, per scaldarsi, occorre un amico...
Alcuni giorni dopo scese la prima neve.
Per Adaora e Tom fu un’esperienza nuova ed entusiasmante: un mattino si svegliarono, scostarono il velo dorato e videro il marciapiede spruzzato di bianco. Fiocchi fitti turbinavano davanti alla finestra.
Quel pomeriggio il ragazzino raggiunse i suoi amici in Frazione San Giovanni.
Indossava un bellissimo completo da neve azzurro, con pantaloni impermeabili e giubbotto di vera piuma d’oca: glielo aveva regalato Stefano. Per gli Obi si trattava di una benedizione: nel bagaglio che avevano portato dalla Sicilia non c’erano capi adatti ai freddi inverni del nord.
Pipetto e Cecilia coinvolsero Tom nei loro giochi da neve, divertendosi a scivolare giù da un pendio particolarmente ripido; l’innevamento non era ancora sufficiente per utilizzare il bob o lo slittino, ma un sacchetto di plastica sotto il sedere era perfetto alla bisogna.
– Credo di non essermi mai divertito tanto – ammise il ragazzino, dopo l’ennesima discesa a velocità mozzafiato.
Per merenda andarono alla fattoria e mangiarono una spettacolare granita fatta con la neve fresca: la sorella maggiore di Pipetto ne raccolse tre bicchieroni colmi e vi versò abbondante sciroppo d’amarene.
Nevicò tutto il giorno e anche quello successivo.
Adaora era meno entusiasta: superato lo stupore dei primi istanti, iniziò a sperare che tornasse presto il bel tempo. Non amava il freddo umido che entrava nelle ossa, la neve sporca che rendeva difficile camminare sui marciapiedi, il traffico disordinato che faceva sempre arrivare il bus in ritardo. E poi non era attrezzata come suo figlio: indossava uno sull'altro tutti i capi più caldi che possedeva, ma non bastavano per ripararla adeguatamente dal gelo di quei giorni. Ciò che più la faceva soffrire era il freddo ai piedi: anche indossando i calzettoni più spessi nelle scarpe da ginnastica più pesanti, continuava a percepire una sensazione gelata che le irrigidiva le dita fino a farle male.
Tom osservava, capiva, taceva. Finché un pomeriggio bussò a casa Bonvicino e chiese di Stefano:
– Vorrei restituirti queste – gli disse, porgendogli un sacchetto con due divise della Virtus che il giovane era riuscito a procurargli poco tempo prima.
– Ma no, Tom. Te l’avevo detto: sono tue. Puoi tenerle.
– Grazie. Però preferirei scambiarle con qualcosa di più grande. E più caldo.
– Sei sicuro che non ti vadano più bene? A me sembrano proprio della tua taglia.
– Sì, ma… avrei bisogno di…
Il ragazzino si sentì con le spalle al muro e la voce gli si spense. Abbassò il capo e rimase in silenzio a fissare lo zerbino di casa Bonvicino. I fiocchi continuavano a cadere e gli si posavano sul berretto.
Paola, sopraggiunta pochi istanti prima, si avvicinò al fratello e gli mise una mano sulla spalla:
– Ricordi quel piumino rosso? E i doposci blu?
– Ma sono troppo grandi per lui, gli andranno bene sì e no fra tre o quattro anni…
– Daglieli adesso Ste. Nel frattempo saprà lui che farsene.
Tom sollevò lo sguardo e incontrò quello di Bonnie. Si rese conto che lei aveva capito, ma non si sentì umiliato per questo. Quando ebbe fra le braccia un enorme sacco di capi invernali, si sentì come accarezzato.
Restituì a Stefano le due divise della Virtus, ringraziò sorridendo e si dileguò con il cuore che gli scoppiava per la gratitudine.
[Laura Blandino - Il velo dorato - Piccola Casa Editrice, 2018]
02 gennaio 2019
Romanzi a sorpresa
«Sto per andare in vacanza – ho detto alla bibliotecaria poco prima di Natale – Vorrei un paio di romanzi leggeri ma non banali, avvincenti e nello stesso tempo delicati».
Finora non avevo mai chiesto consigli in biblioteca: sono sempre entrata con le idee già chiare, dirigendomi con piglio deciso verso gli scaffali giusti, o addirittura prenotando in anticipo i libri, e poi passando solo a ritirarli.
Questa volta mi sono concessa il gioco lieve dell’affidarsi, in attesa di qualche possibile sorpresa. E devo dire che non me ne sono pentita.
La bibliotecaria mi ha suggerito Risveglio a Parigi di Margherita Oggero e L'estate più bella della nostra vita di Francesca Barra: due romanzi che mi hanno regalato ore piacevoli in queste lunghe vacanze. Sono storie squisitamente “al femminile”, capaci di scandagliare rapporti di amicizia e relazioni familiari, lasciando parlare i luoghi e muovendosi con destrezza avanti e indietro nel tempo.
Vi regalo l’incipit del secondo, un affresco deciso della Basilicata più profonda.
Le tre sorelle Timpone: Ida, Beatrice, Rossella, stanno.
Si dice così qui, a Borgo Felice, di chi si siede fuori casa a fine giornata, e aspetta. Qualcosa o niente. Qualcuno o nessuno. Apparentemente senza un motivo.
In questo paese lucano dove si stringono in alto i tetti variopinti di case e casettine e comignoli, dove si irradiano odori e storie che si diffondono con la velocità della luce e rientrano come spifferi dalle finestre. Da qui, dai suoi confini, nessuno riesce a uscire. Nemmeno chi se ne va per davvero. Non ci riescono le persone che fuggono senza valigia, gli amanti che provano a oltrepassare i confini per amarsi al sicuro da occhi indiscreti, i ragazzi che tentano di raggiungere il loro destino altrove. Dove pensano che li stia aspettando. Per qualche strano artificio, inspiegabile ai più, chiunque provi ad allontanarsi dal paese ne viene nuovamente attratto.
E ogni sera, al crepuscolo, le tre donne si ritrovano in quello che è il baricentro della storia della loro vita: sulle gradinate davanti al civico 8.
Proprio fuori dalla casa della loro infanzia.
I sederi non sono più stretti come quando erano bambine e sporgono goffamente dalle sedie di paglia di riso intrecciata. Sembrano un violino a cui si sono allentate le corde, qui e là vedi spuntare pagliuzze. Sfibrate dall’usura, sfilacciate, fanno tuttavia così parte della storia delle tre donne, che a nessuna di loro è venuto in mente di sostituirle con altre nuove. Magari di plastica. Magari più comode.
L’irrinunciabile liturgia familiare ha inizio proprio dalle seggioline spinte fuori casa.
È un fenomeno rassicurante, la fedeltà alle abitudini quotidiane.
Finora non avevo mai chiesto consigli in biblioteca: sono sempre entrata con le idee già chiare, dirigendomi con piglio deciso verso gli scaffali giusti, o addirittura prenotando in anticipo i libri, e poi passando solo a ritirarli.
Questa volta mi sono concessa il gioco lieve dell’affidarsi, in attesa di qualche possibile sorpresa. E devo dire che non me ne sono pentita.
La bibliotecaria mi ha suggerito Risveglio a Parigi di Margherita Oggero e L'estate più bella della nostra vita di Francesca Barra: due romanzi che mi hanno regalato ore piacevoli in queste lunghe vacanze. Sono storie squisitamente “al femminile”, capaci di scandagliare rapporti di amicizia e relazioni familiari, lasciando parlare i luoghi e muovendosi con destrezza avanti e indietro nel tempo.
Vi regalo l’incipit del secondo, un affresco deciso della Basilicata più profonda.
Le tre sorelle Timpone: Ida, Beatrice, Rossella, stanno.
Si dice così qui, a Borgo Felice, di chi si siede fuori casa a fine giornata, e aspetta. Qualcosa o niente. Qualcuno o nessuno. Apparentemente senza un motivo.
In questo paese lucano dove si stringono in alto i tetti variopinti di case e casettine e comignoli, dove si irradiano odori e storie che si diffondono con la velocità della luce e rientrano come spifferi dalle finestre. Da qui, dai suoi confini, nessuno riesce a uscire. Nemmeno chi se ne va per davvero. Non ci riescono le persone che fuggono senza valigia, gli amanti che provano a oltrepassare i confini per amarsi al sicuro da occhi indiscreti, i ragazzi che tentano di raggiungere il loro destino altrove. Dove pensano che li stia aspettando. Per qualche strano artificio, inspiegabile ai più, chiunque provi ad allontanarsi dal paese ne viene nuovamente attratto.
E ogni sera, al crepuscolo, le tre donne si ritrovano in quello che è il baricentro della storia della loro vita: sulle gradinate davanti al civico 8.
Proprio fuori dalla casa della loro infanzia.
I sederi non sono più stretti come quando erano bambine e sporgono goffamente dalle sedie di paglia di riso intrecciata. Sembrano un violino a cui si sono allentate le corde, qui e là vedi spuntare pagliuzze. Sfibrate dall’usura, sfilacciate, fanno tuttavia così parte della storia delle tre donne, che a nessuna di loro è venuto in mente di sostituirle con altre nuove. Magari di plastica. Magari più comode.
L’irrinunciabile liturgia familiare ha inizio proprio dalle seggioline spinte fuori casa.
È un fenomeno rassicurante, la fedeltà alle abitudini quotidiane.
[Francesca Barra - L’estate più bella della nostra vita]
01 gennaio 2019
24 dicembre 2018
Il Natale di Tom e Adaora
È Natale. Adaora e suo figlio sono soli, nel monolocale seminterrato in cui vivono da quando sono giunti a Cassanico. Non c'è molta aria di festa; però all'improvviso il campanello suona, e tutto cambia...
Buon Natale, di vero cuore, a tutti i lettori de Il velo dorato.
Buon Natale, di vero cuore, a tutti i lettori de Il velo dorato.
In quello stesso momento, una volante dei carabinieri posteggiò davanti a un portone verde in via Donizetti. L’uomo in divisa scese dall'auto, diede un’occhiata ai campanelli e suonò in portineria.
– Ehi, qui è tutto in regola! Se qualcuno ha combinato qualcosa, io non c’entro un accidente! – esclamò la vecchia Ester, affacciandosi allarmata alla finestra del piano rialzato.
– Mi può aprire, per cortesia?
La vecchia si affrettò, con una certa apprensione.
– Entri pure. Non abbiamo niente da nascondere qui.
– Devo solo parlare con la famiglia Obi.
Quando Adaora aprì la porta del monolocale e si vide comparire davanti il maresciallo, rimase per qualche istante senza fiato.
– Posso entrare, signora Obi? – chiese l’uomo, togliendosi il cappello; poi soggiunse: – Mi scusi per l’intrusione; l’avevo promesso a Tom.
– Grazie, grazie! – esclamò il ragazzino, scattando in piedi come una molla.
– Buon Natale, Tom. Buon Natale, Adaora – disse il maresciallo; poi ebbe un attimo di esitazione e chiese: – Posso chiamarla Adaora, vero, signora Obi?
– Certo! – annuì la donna, con slancio. La gentilezza rispettosa che l’uomo aveva sempre dimostrato nei suoi confronti la metteva quasi in imbarazzo; non era abituata a sentirsi trattata con tanto riguardo.
– Vi piacciono i marron glacé? Ieri pomeriggio sono passato davanti alla pasticceria, ho visto i marron glacé in vetrina e ho pensato di prenderne un po’ per mangiarli oggi con voi.
Estrasse da sotto il cappotto una confezione dorata, e la posò sul tavolo, al centro di un’allegra tovaglia natalizia che la signora Ester aveva vinto con i punti del supermercato e aveva regalato a Adaora proprio il giorno prima.
Sedettero intorno al vassoio di marron glacé e li mangiarono quasi tutti. Nel frattempo chiacchierarono un po’, condividendo piccoli episodi di vita quotidiana. Soprattutto Tom parlava volentieri e si sentiva fiero di poter raccontare le sue imprese sportive a un uomo che, da ragazzo, aveva giocato a basket per parecchi anni.
Il maresciallo rimase con gli Obi per più di un’ora, ma il tempo volò come se si fosse trattato di un minuto. Adaora provò nuovamente la sensazione già sfiorata pochi giorni prima, nell'abitacolo della volante, quando Esposito li aveva accompagnati a casa: una specie di calore accogliente e semplice, in cui trovare riposo.
– Grazie per l'ospitalità – disse l'uomo raccogliendo il cappotto e il cappello che aveva appoggiato su un letto e avviandosi verso la porta.
– Grazie a lei per essere venuto, signor maresciallo.
– Adaora, può chiamarmi Giuseppe se le fa piacere.
– E io? – chiese Tom tutto speranzoso – Io come posso chiamarla?
– Tu puoi continuare a chiamarmi signor maresciallo – rispose, con un tono di voce fermo e severo. Gli passò una mano fra i capelli, scompigliandoli come solo lui sapeva fare e poi gli afferrò per un attimo la nuca, in un gesto energico che a Tom piaceva da morire.
[Laura Blandino - Il velo dorato - Piccola Casa Editrice, 2018]
13 dicembre 2018
È quasi Natale, Charlie Brown!
D’accordo, non è
un romanzo. E nemmeno una novella. È solo un fumetto. Eppure, pensando
ai libri che profumano di Natale, non possono non venirmi in mente loro: gli
indimenticabili, intramontabili Peanuts.
Dalla penna geniale di Charles M. Schulz nacque nel 1970 la raccolta Buon Natale, Charlie Brown! Tavola dopo tavola, Snoopy e i suoi amici conducono il lettore a spasso fra prati innevati, letterine a Babbo Natale, e riflessioni più profonde di quanto appaia a uno sguardo distratto.È quasi Natale, Charlie Brown!
Dalla penna geniale di Charles M. Schulz nacque nel 1970 la raccolta Buon Natale, Charlie Brown! Tavola dopo tavola, Snoopy e i suoi amici conducono il lettore a spasso fra prati innevati, letterine a Babbo Natale, e riflessioni più profonde di quanto appaia a uno sguardo distratto.È quasi Natale, Charlie Brown!
05 dicembre 2018
Presepe vivente
Il Natale si avvicina, e in Val Favero i ragazzi preparano il presepe vivente. Chiara, suo malgrado, viene trascinata in quella che ritiene solo una carnevalata imbarazzante. Eppure, proprio durante le prove di quella manifestazione ormai imminente, accade qualcosa di decisivo...
Vi regalo una pagina tratta da Il velo dorato, con l'augurio di buon Avvento.
Vi regalo una pagina tratta da Il velo dorato, con l'augurio di buon Avvento.
Lo sguardo del giovane percorse tutto il salone, si spinse fino all'assembramento centrale e finalmente approdò alla scena della Natività. Fu in quel momento che Luca vide Chiara.
Era radiosa, in piedi accanto all'asinello grigio. Indossava un abito grezzo lungo fino ai piedi, drappeggiato con semplicità. L’ovale del viso era incorniciato dal velo azzurro che ricopriva il capo, per scendere poi sulle spalle come una sorta di mantello.
Luca rimase a osservarla come se la vedesse per la prima volta. Quella ragazza gli piaceva da anni, ma non aveva mai notato quanto fossero delicati i tratti del suo volto e quanto fosse limpido lo sguardo di quegli occhioni nocciola. L’aveva osservata milioni di volte, in quei due anni e l’aveva persino ritratta in uno splendido acquerello che le aveva regalato in occasione del suo diciottesimo compleanno. Eppure, quel pomeriggio le sembrava diversa: più bella, più luminosa, più vera.
Assistette alla prova rimanendo in un angolo del salone, per non disturbare i lavori.
Quando san Giuseppe circondò con un braccio le spalle della Madonna, Luca provò una strana sensazione di disagio, simile a una puntura di spillo in mezzo al petto. Come si permetteva, quel tizio, di abbracciare Chiara? D’accordo, non costituiva un pericolo: era un seminarista o un novizio o qualcosa del genere, forse non era interessato a fare il provolone con le ragazze. E poi aveva i brufoli.
Ciononostante, se Luca avesse seguito l’istinto, si sarebbe precipitato al centro del salone fendendo la folla di ragazzini, avrebbe preso san Giuseppe per il bavero e gli avrebbe rifilato un pugno sul naso.
Quando la prova fu conclusa Chiara, dismessi i panni della Vergine, corse incontro a Luca.
– Ho terminato, finalmente! Non ne potevo più…
– Perché?
– E me lo chiedi? Mi sentivo così ridicola!
– A me sembravi così bella!
Uscirono dall'oratorio e piazza San Francesco li accolse con il suo clima da cartolina di Natale: le luminarie colorate attraversavano il nero del cielo, le vetrine proiettavano sui marciapiedi i loro riflessi dorati, dal bordo della grande fontana scendevano mille stalattiti di ghiaccio. E la neve, leggera e fitta, continuava a scendere.
Era radiosa, in piedi accanto all'asinello grigio. Indossava un abito grezzo lungo fino ai piedi, drappeggiato con semplicità. L’ovale del viso era incorniciato dal velo azzurro che ricopriva il capo, per scendere poi sulle spalle come una sorta di mantello.
Luca rimase a osservarla come se la vedesse per la prima volta. Quella ragazza gli piaceva da anni, ma non aveva mai notato quanto fossero delicati i tratti del suo volto e quanto fosse limpido lo sguardo di quegli occhioni nocciola. L’aveva osservata milioni di volte, in quei due anni e l’aveva persino ritratta in uno splendido acquerello che le aveva regalato in occasione del suo diciottesimo compleanno. Eppure, quel pomeriggio le sembrava diversa: più bella, più luminosa, più vera.
Assistette alla prova rimanendo in un angolo del salone, per non disturbare i lavori.
Quando san Giuseppe circondò con un braccio le spalle della Madonna, Luca provò una strana sensazione di disagio, simile a una puntura di spillo in mezzo al petto. Come si permetteva, quel tizio, di abbracciare Chiara? D’accordo, non costituiva un pericolo: era un seminarista o un novizio o qualcosa del genere, forse non era interessato a fare il provolone con le ragazze. E poi aveva i brufoli.
Ciononostante, se Luca avesse seguito l’istinto, si sarebbe precipitato al centro del salone fendendo la folla di ragazzini, avrebbe preso san Giuseppe per il bavero e gli avrebbe rifilato un pugno sul naso.
Quando la prova fu conclusa Chiara, dismessi i panni della Vergine, corse incontro a Luca.
– Ho terminato, finalmente! Non ne potevo più…
– Perché?
– E me lo chiedi? Mi sentivo così ridicola!
– A me sembravi così bella!
Uscirono dall'oratorio e piazza San Francesco li accolse con il suo clima da cartolina di Natale: le luminarie colorate attraversavano il nero del cielo, le vetrine proiettavano sui marciapiedi i loro riflessi dorati, dal bordo della grande fontana scendevano mille stalattiti di ghiaccio. E la neve, leggera e fitta, continuava a scendere.
[Laura Blandino - Il velo dorato - Piccola Casa Editrice, 2018]
01 dicembre 2018
1° dicembre
Chiara spinse lo sguardo all'interno del negozio e vide Adriana indaffarata al bancone. Agitò la mano per attirare la sua attenzione e, appena l’amica la notò, le mandò un bacio con un gesto delle dita. Adriana contraccambiò, sorrise e riprese a lavorare.
“Sono contenta di vederla così serena” pensò Chiara, e riprese il cammino verso piazza San Francesco.
C'era già sentore di neve, anche se la temperatura non era ancora scesa sottozero e la pioggerellina inumidiva i volti come una carezza di nebbia. Chiara fece fare un altro giro alla sciarpina rosa pesca che le avvolgeva il collo.
Erano le cinque del pomeriggio e il buio era già sceso sulla città indaffarata. Lei camminava piano, cercando di assaporare quegli attimi. Nell'aria fredda della sera sembrava vibrare una specie di promessa.
04 novembre 2018
Buon compleanno, blog!
In questi giorni il mio piccolo blog La lettura è un’avventura! compie tre anni. Mese dopo mese è cresciuto, raccogliendo pensieri e immagini sui libri che amo leggere (e scrivere). Senza pretese, il sito offre briciole di narrativa - e non solo - a chi passa da queste parti.
È nato da una sovrabbondanza di doni ricevuti: che fortuna saper leggere, e avere da sempre l’opportunità di farlo con grande gusto!
Di tanto in tanto il blog propone brevi stralci ritagliati da libri talvolta celebri, più spesso poco noti; pagine che appartengono alle epoche, ai generi e agli autori più diversi. Il visitatore può così soffermarsi qualche istante, e approfittarne liberamente. Una sorta di degustazione gratuita, insomma!
E fra una pagina e l’altra, immagini semplici che raccontano pensieri. Pensieri sulla lettura, ovviamente: che è un’avventura stupenda, capace di aprire la mente e mettere in moto il cuore.
È nato da una sovrabbondanza di doni ricevuti: che fortuna saper leggere, e avere da sempre l’opportunità di farlo con grande gusto!
Di tanto in tanto il blog propone brevi stralci ritagliati da libri talvolta celebri, più spesso poco noti; pagine che appartengono alle epoche, ai generi e agli autori più diversi. Il visitatore può così soffermarsi qualche istante, e approfittarne liberamente. Una sorta di degustazione gratuita, insomma!
E fra una pagina e l’altra, immagini semplici che raccontano pensieri. Pensieri sulla lettura, ovviamente: che è un’avventura stupenda, capace di aprire la mente e mettere in moto il cuore.
Buon compleanno, blog!
02 novembre 2018
Seta
È una storia molto semplice, Seta di Alessandro Baricco; in meno di cento pagine rapide e lievi, frammentate in brevi capitoli, racconta la vicenda di Hervé Joncour, un commerciante di seta francese. Siamo a metà dell’ottocento, e a causa di un’epidemia che colpisce i bachi da seta europei, Hervé parte per il Giappone in cerca di uova sane per l’allevamento di nuovi bachi. Il suo viaggio, che si ripeterà annualmente per più e più volte, lo condurrà a vivere avventure inaspettate ed esperienze del tutto nuove.
Ciò che sempre mi affascina di Baricco - e in questo breve romanzo ancor più che in altri - è la genialità nell’uso della parola. Sa dosare con rara maestria frasi e silenzi, spunti teatrali e accenti di poesia.
«Pioveva la sua vita, davanti ai suoi occhi, spettacolo quieto».
E alla fine, dopo tante insolite avventure, dopo qualche grande dolore, dopo anni rigati di nostalgia, Hervé Joncour approda a una serenità ovattata, a una saggezza malinconica. Leggete, se volete, due passi tratti dalle ultime pagine.
Poiché la disperazione era un eccesso che non gli apparteneva, si chinò su quanto era rimasto della sua vita, e riiniziò a prendersene cura, con l’incrollabile tenacia di un giardiniere al lavoro, il mattino dopo il temporale […].
Col tempo iniziò a concedersi un piacere che prima si era sempre negato: a coloro che andavano a trovarlo, raccontava dei suoi viaggi. Ascoltandolo, la gente di Lavilledieu imparava il mondo e i bambini scoprivano cos'era la meraviglia. Lui raccontava piano, guardando nell'aria cose che gli altri non vedevano.
La domenica si spingeva in paese, per la Messa grande. Una volta l'anno faceva il giro delle filande, per toccare la seta appena nata. Quando la solitudine gli stringeva il cuore, saliva al cimitero, a parlare con Hélène. Il resto del suo tempo lo consumava in una liturgia di abitudini che riuscivano a difenderlo dall'infelicità. Ogni tanto, nelle giornate di vento, scendeva fino al lago e passava ore a guardarlo, giacché, disegnato sull'acqua, gli pareva di vedere l’inspiegabile spettacolo, lieve, che era stata la sua vita.
Ciò che sempre mi affascina di Baricco - e in questo breve romanzo ancor più che in altri - è la genialità nell’uso della parola. Sa dosare con rara maestria frasi e silenzi, spunti teatrali e accenti di poesia.
«Pioveva la sua vita, davanti ai suoi occhi, spettacolo quieto».
E alla fine, dopo tante insolite avventure, dopo qualche grande dolore, dopo anni rigati di nostalgia, Hervé Joncour approda a una serenità ovattata, a una saggezza malinconica. Leggete, se volete, due passi tratti dalle ultime pagine.
Poiché la disperazione era un eccesso che non gli apparteneva, si chinò su quanto era rimasto della sua vita, e riiniziò a prendersene cura, con l’incrollabile tenacia di un giardiniere al lavoro, il mattino dopo il temporale […].
Col tempo iniziò a concedersi un piacere che prima si era sempre negato: a coloro che andavano a trovarlo, raccontava dei suoi viaggi. Ascoltandolo, la gente di Lavilledieu imparava il mondo e i bambini scoprivano cos'era la meraviglia. Lui raccontava piano, guardando nell'aria cose che gli altri non vedevano.
La domenica si spingeva in paese, per la Messa grande. Una volta l'anno faceva il giro delle filande, per toccare la seta appena nata. Quando la solitudine gli stringeva il cuore, saliva al cimitero, a parlare con Hélène. Il resto del suo tempo lo consumava in una liturgia di abitudini che riuscivano a difenderlo dall'infelicità. Ogni tanto, nelle giornate di vento, scendeva fino al lago e passava ore a guardarlo, giacché, disegnato sull'acqua, gli pareva di vedere l’inspiegabile spettacolo, lieve, che era stata la sua vita.
14 ottobre 2018
Il maresciallo
Ne Il velo dorato, quando Adaora sarà sospettata di complicità in un furto in villa, un nuovo personaggio entrerà in scena: il maresciallo dei carabinieri Esposito, cui saranno affidate le indagini.
Il maresciallo è un uomo essenziale, noto per la sua grande competenza e per la sua composta gentilezza. Fin dal primo interrogatorio dimostra - fermo restando il rigore richiesto dal suo ruolo - di saper rispettare la dignità e la sensibilità della giovane donna.
Il maresciallo è un uomo essenziale, noto per la sua grande competenza e per la sua composta gentilezza. Fin dal primo interrogatorio dimostra - fermo restando il rigore richiesto dal suo ruolo - di saper rispettare la dignità e la sensibilità della giovane donna.
Presto Adaora sarà scagionata da ogni sospetto, ma il maresciallo non uscirà di scena; e Tom arriverà a provare nei suoi confronti una stima e un affetto sconfinati.
Quello stesso pomeriggio Adaora fu convocata presso la stazione dei carabinieri di Cassanico per rilasciare una deposizione.
– Si accomodi, signora – le disse il maresciallo Esposito, non appena l’ausiliario l’ebbe accompagnata nel suo ufficio.
Adaora si guardò intorno spaesata: un po’ perché quell'ambiente le incuteva timore, un po’ perché non era abituata a sentirsi chiamare “signora”. E poi stava male, terribilmente male: un nodo doloroso le chiudeva lo stomaco, feroce groviglio di rabbia e impotenza, umiliazione e paura.
– Si accomodi, signora – ripeté il maresciallo, senza spazientirsi.
Adaora sedette, ma rimase come appollaiata sul bordo, senza appoggiare la schiena.
– Posso chiederle le sue generalità, signora?
Adaora frugò nel tascone della salopette ed estrasse subito i suoi documenti. Li porse al maresciallo con una mano che tramava un po’.
– Innanzitutto le chiedo scusa per averla fatta venire fin qui, signora Obi. Questa chiacchierata è un atto dovuto, ma la lascerò andare al più presto.
– Grazie, signor maresciallo – mormorò Adaora con un filo di voce.
– Ormai è in Italia da molti anni. Un esempio di buona integrazione, a quanto vedo.
– Sì, signore.
– Ha ancora familiari o parenti, in Nigeria?
– Non ho più nessuno, signore.
– Si trova qui a Cassanico da molto tempo?
– Siamo arrivati il 30 giugno, signore.
– Lei e…?
– Mio figlio, signore. Si chiama Tom. Ha dieci anni. È… è meraviglioso – disse Adaora. Ma si vergognò subito per quella precisazione finale, che non c’entrava nulla con l’interrogatorio e la faceva sembrare ancora più stupida.
– Capisco. Vedo dai documenti che non è sposata.
– No, signore.
– E il padre del bambino?
– Non lo so, signore.
Il maresciallo sollevò lo sguardo dai documenti e lo posò sul volto contratto della donna. Vi lesse un tale carico di tensione e di vergogna, che provò pena per lei. Eppure occorreva andare avanti, era il suo lavoro.
– Che cosa le capitò quando arrivò in Italia, signora?
– Capitò che… che io… feci alcuni incontri sbagliati…
Il maresciallo capì e non chiese dettagli; Adaora gliene fu immensamente grata.
– E poi come ne uscì?
– Feci alcuni incontri giusti…
– Come trascorre il suo tempo quando non lavora? Ha conoscenti qui a Cassanico?
[…]
L’uomo si alzò e le tese la mano:
– Può andare, signora Obi. Grazie.
– Grazie a lei, signor maresciallo – Adaora ricambiò la stretta.
L’uomo la accompagnò fino alla porta.
Sul marciapiede, intirizzito dalla fredda umidità autunnale, un ragazzino attendeva l’uscita di sua madre dalla stazione dei carabinieri. Era ormai scesa la sera.
– Tom, che ci fai qui?
– Ti aspettavo.
– Non avresti dovuto venire. Fa freddo, è buio…
– …e tu sei stata arrestata!
Il maresciallo, che aveva assistito in silenzio alla scena, li raggiunse immediatamente:
– Tu sei Tom, vero? La tua mamma mi ha parlato di te.
– Che le avete fatto? – chiese il ragazzino, tremando di rabbia.
– Nulla. Non è vero che la tua mamma è stata arrestata; è stata solo convocata per una deposizione. Avevamo bisogno di alcune informazioni e lei ce le ha fornite.
– E adesso che succederà?
– Succederà che tornerete subito a casa e cercherete di non pensare più a questa brutta storia. Ce ne occuperemo noi! – Dicendo questo il maresciallo sorrise e scompigliò con un’energica carezza i riccioli folti del ragazzino.
[Laura Blandino - Il velo dorato - Piccola Casa Editrice]
07 ottobre 2018
Tom
Continua la nostra piccola carrellata di personaggi de Il velo dorato.
Tom, coprotagonista del romanzo insieme alla madre Adaora, è un ragazzo vivace, intelligente, grintoso; cresciuto in condizioni spesso difficili, è maturato in fretta. Anni di incontri e scontri nelle periferie urbane delle città siciliane lo hanno temprato molto.
Appena approdato in Val Favero deve fare i conti con i bulli del quartiere popolare, con i ragazzini del centro estivo, con le persone ammodo della Cassanico-bene; ma non si lascia impressionare facilmente.
Sembra un piccolo duro, Tom. Ma in fondo è un ragazzino sensibile, e nasconde in sé un insopprimibile desiderio di tenerezza, amicizia, protezione.
Il suo rapporto con la madre è un vincolo profondissimo e delicato, prezioso più di ogni altro legame.
Nello stesso tempo, Tom cova in sé – quasi inconsapevolmente, almeno all'inizio – il bisogno viscerale di un papà. La figura del padre è un tema centrale del romanzo. Tom, che sta per addentrarsi nell'adolescenza, inizia a rendersene conto in maniera bruciante.
All'improvviso, un gruppetto di coetanei gli venne incontro con passo deciso. Il capo banda gli sbarrò la strada e gli altri sei o sette si disposero intorno a loro con aria minacciosa.
– Dove credi di andare, moccioso?
– Vado dove mi pare e comunque sono più alto di te.
– Non fare il furbo o ti diamo una bella lezione.
– In otto contro uno?
– No, in uno contro uno. Sloggia o ti cambio i connotati.
– Non sloggio e comunque sono più forte di te.
Il ragazzino lo fulminò con lo sguardo e all'improvviso gli sferrò un pugno micidiale mirando allo zigomo: voleva ridurgli la faccia in polpetta e vederlo livido per un mese. Invece Tom si scansò, con un rapido e ben calibrato movimento del busto. Poi, senza dar tempo all'altro di riaversi dallo stupore, gli sferrò a sua volta un forte pugno nella pancia. Quello emise un gemito strozzato e si ripiegò su se stesso per il dolore.
– Scusami – disse Tom – Non avrei voluto. Mi ci hai costretto.
Fra i ragazzi era sceso un silenzio di tomba, nessuno osava fiatare.
– Te la farò pagare, dovessi rincorrerti fino a Revinasco.
– Io non scappo e comunque sono più veloce di te.
Nacque così l'idea della gara: una corsa fino ai cassonetti in fondo alla strada. Meglio una disputa di quel genere che una scazzottata fino al sangue.
Tom e il capobanda si posizionarono all'inizio della strada, lanciandosi occhiate di fuoco:
– Preparati a mangiare la polvere, negretto.
– Vedremo.
Gli altri ragazzi si disposero lungo il marciapiede, uno di loro diede il via.
Tom fino a metà percorso non volle strafare, procedette affiancato all'avversario. Poi, giunto agli ultimi venti metri, diede un'accelerata e raggiunse i cassonetti con la velocità di un fulmine.
Tornò a casa contento: non solo per aver vinto la disputa, ma anche per aver evitato quel pugno. Avrebbe dato un gran dolore a sua madre, se fosse rincasato con la faccia insanguinata. Lui sapeva fare a botte, aveva imparato molto bene negli anni precedenti; ma Adaora non ne era affatto contenta e più di una volta Tom l'aveva vista con gli occhi lucidi dopo una sua zuffa.
In ogni caso da quel giorno nessuno nel quartiere gli diede più noia.
Tom, coprotagonista del romanzo insieme alla madre Adaora, è un ragazzo vivace, intelligente, grintoso; cresciuto in condizioni spesso difficili, è maturato in fretta. Anni di incontri e scontri nelle periferie urbane delle città siciliane lo hanno temprato molto.
Appena approdato in Val Favero deve fare i conti con i bulli del quartiere popolare, con i ragazzini del centro estivo, con le persone ammodo della Cassanico-bene; ma non si lascia impressionare facilmente.
Sembra un piccolo duro, Tom. Ma in fondo è un ragazzino sensibile, e nasconde in sé un insopprimibile desiderio di tenerezza, amicizia, protezione.
Il suo rapporto con la madre è un vincolo profondissimo e delicato, prezioso più di ogni altro legame.
Nello stesso tempo, Tom cova in sé – quasi inconsapevolmente, almeno all'inizio – il bisogno viscerale di un papà. La figura del padre è un tema centrale del romanzo. Tom, che sta per addentrarsi nell'adolescenza, inizia a rendersene conto in maniera bruciante.
All'improvviso, un gruppetto di coetanei gli venne incontro con passo deciso. Il capo banda gli sbarrò la strada e gli altri sei o sette si disposero intorno a loro con aria minacciosa.
– Dove credi di andare, moccioso?
– Vado dove mi pare e comunque sono più alto di te.
– Non fare il furbo o ti diamo una bella lezione.
– In otto contro uno?
– No, in uno contro uno. Sloggia o ti cambio i connotati.
– Non sloggio e comunque sono più forte di te.
Il ragazzino lo fulminò con lo sguardo e all'improvviso gli sferrò un pugno micidiale mirando allo zigomo: voleva ridurgli la faccia in polpetta e vederlo livido per un mese. Invece Tom si scansò, con un rapido e ben calibrato movimento del busto. Poi, senza dar tempo all'altro di riaversi dallo stupore, gli sferrò a sua volta un forte pugno nella pancia. Quello emise un gemito strozzato e si ripiegò su se stesso per il dolore.
– Scusami – disse Tom – Non avrei voluto. Mi ci hai costretto.
Fra i ragazzi era sceso un silenzio di tomba, nessuno osava fiatare.
– Te la farò pagare, dovessi rincorrerti fino a Revinasco.
– Io non scappo e comunque sono più veloce di te.
Nacque così l'idea della gara: una corsa fino ai cassonetti in fondo alla strada. Meglio una disputa di quel genere che una scazzottata fino al sangue.
Tom e il capobanda si posizionarono all'inizio della strada, lanciandosi occhiate di fuoco:
– Preparati a mangiare la polvere, negretto.
– Vedremo.
Gli altri ragazzi si disposero lungo il marciapiede, uno di loro diede il via.
Tom fino a metà percorso non volle strafare, procedette affiancato all'avversario. Poi, giunto agli ultimi venti metri, diede un'accelerata e raggiunse i cassonetti con la velocità di un fulmine.
Tornò a casa contento: non solo per aver vinto la disputa, ma anche per aver evitato quel pugno. Avrebbe dato un gran dolore a sua madre, se fosse rincasato con la faccia insanguinata. Lui sapeva fare a botte, aveva imparato molto bene negli anni precedenti; ma Adaora non ne era affatto contenta e più di una volta Tom l'aveva vista con gli occhi lucidi dopo una sua zuffa.
In ogni caso da quel giorno nessuno nel quartiere gli diede più noia.
[Laura Blandino - Il velo dorato - Piccola Casa Editrice]
04 ottobre 2018
L'amica geniale
È un'amicizia complessa e robusta, quella che unisce fin dalla più tenera età Elena e Lila, nella cornice di una periferia napoletana anni ’50, piena di contraddizioni ma non priva di fascino.
Elena racconta in prima persona la sua infanzia e la sua adolescenza, sempre in relazione con quell'amica straordinaria e terribile, da cui si sente intimorita e attratta. E mentre le ragazzine crescono, cambia il “rione” intorno a loro; una folla di personaggi secondari intreccia le sue piccole e grandi vicende con quelle delle due protagoniste.
Ho letto con autentico piacere L'amica geniale, lasciandomi catturare da questa bella storia di amicizia e di crescita. Elena Ferrante ha saputo descrivere con garbo e realismo persone, ambienti, situazioni e moti del cuore.
Ecco una pagina tratta dai primi capitoli: le due bambine non hanno ancora fraternizzato, ma già si “annusano a distanza”; fra loro inizia a serpeggiare un interesse, preludio dell’amicizia che verrà.
All'uscita da scuola una banda di maschi della campagna, capeggiata da uno che si chiamava Enzo o Enzuccio, uno dei figli di Assunta la fruttivendola, cominciò a tirarci le pietre. Si sentivano offesi dal fatto che eravamo più brave di loro. Quando arrivavano i sassi scappavamo tutte, ma Lila no, seguitava a camminare con passo regolare e a volte addirittura si fermava. Era molto brava a studiare la traiettoria dei sassi e a scansarli con un movimento calmo, oggi direi elegante. Aveva un fratello maschio più grande e forse aveva imparato da lui, non so, anch'io avevo fratelli ma più piccoli di me e da loro non avevo imparato niente. Tuttavia, quando mi rendevo conto che era rimasta indietro, pur avendo molta paura mi fermavo ad aspettarla.
C’era già allora qualcosa che mi impediva di abbandonarla. Non la conoscevo bene, non ci eravamo mai rivolte la parola pur essendo continuamente in gara tra noi, in classe e fuori. Ma sentivo confusamente che se fossi scappata insieme alle altre avrei lasciato a lei qualcosa di mio che non mi avrebbe restituito più.
Elena racconta in prima persona la sua infanzia e la sua adolescenza, sempre in relazione con quell'amica straordinaria e terribile, da cui si sente intimorita e attratta. E mentre le ragazzine crescono, cambia il “rione” intorno a loro; una folla di personaggi secondari intreccia le sue piccole e grandi vicende con quelle delle due protagoniste.
Ho letto con autentico piacere L'amica geniale, lasciandomi catturare da questa bella storia di amicizia e di crescita. Elena Ferrante ha saputo descrivere con garbo e realismo persone, ambienti, situazioni e moti del cuore.
Ecco una pagina tratta dai primi capitoli: le due bambine non hanno ancora fraternizzato, ma già si “annusano a distanza”; fra loro inizia a serpeggiare un interesse, preludio dell’amicizia che verrà.
All'uscita da scuola una banda di maschi della campagna, capeggiata da uno che si chiamava Enzo o Enzuccio, uno dei figli di Assunta la fruttivendola, cominciò a tirarci le pietre. Si sentivano offesi dal fatto che eravamo più brave di loro. Quando arrivavano i sassi scappavamo tutte, ma Lila no, seguitava a camminare con passo regolare e a volte addirittura si fermava. Era molto brava a studiare la traiettoria dei sassi e a scansarli con un movimento calmo, oggi direi elegante. Aveva un fratello maschio più grande e forse aveva imparato da lui, non so, anch'io avevo fratelli ma più piccoli di me e da loro non avevo imparato niente. Tuttavia, quando mi rendevo conto che era rimasta indietro, pur avendo molta paura mi fermavo ad aspettarla.
C’era già allora qualcosa che mi impediva di abbandonarla. Non la conoscevo bene, non ci eravamo mai rivolte la parola pur essendo continuamente in gara tra noi, in classe e fuori. Ma sentivo confusamente che se fossi scappata insieme alle altre avrei lasciato a lei qualcosa di mio che non mi avrebbe restituito più.
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