27 febbraio 2026

[San Francesco] L’ottavo centenario

L'ottavo centenario dalla morte di San Francesco prevede una molteplicità di eventi culturali e religiosi: convegni, celebrazioni internazionali, veglie di preghiera, ostensione delle spoglie. In questo contesto si colloca anche la pubblicazione di numerosi libri.

San Francesco mi affascina da sempre (non a caso ho scelto il suo nome per il primo figlio). Sono stata ad Assisi molte volte, e ho letto parecchi testi che parlano di lui: dalle fonti più antiche, ai saggi più recenti, alla semplice narrativa. 
Mese dopo mese, durante questo 2026 da poco iniziato vorrei parlarvi dei libri "francescani" che ho amato di più...

A presto!


23 febbraio 2026

L'imperatore di Portugallia

Romanzo strano, "L'imperatore di Portugallia"; strano e bellissimo. Nato dalla penna della scrittrice svedese Selma Lagerlöf (premio Nobel per la letteratura nel 1909) è ambientato in un villaggio rurale svedese di metà Ottocento.

Il povero contadino Jan Andersson adora la figlioletta Klara Gulla, e sviluppa verso di lei una dedizione quasi sacrale. 
Quando, ormai cresciuta, la ragazza partirà per la città in cerca di fortuna e non darà più notizie di sé, Jan - malato di nostalgia e incapace di accettare l'assenza - svilupperà una particolare forma di pazzia, capace di trasformare il suo dolore in dignità.
 
In un'atmosfera sospesa tra realtà e mito, entrano in scena grandi temi della vita umana: l'amore paterno, la ricerca di una via per sfuggire al dolore, la vergogna sociale e il  bisogno di dignità, il senso di colpa e il perdono. Il tutto raccontato con estrema delicatezza e profonda potenza emotiva.

La storia inizia con la nascita della piccola Klara Gulla, di cui vi offro un ampio stralcio tratto dal primo capitolo.


Si sentiva talmente desolato. Gli spuntò persino qualche lacrima fra le dita. 
"Perché sei così poco considerato nel circondario, caro Jan Andersson? Perché sei sempre lasciato da parte? Tu sai che ce ne sono molti che sono poveri come te e scarsi sul lavoro, ma nessuno è tenuto in così poco conto come te. Che cosa ti manca, mio caro Jan Andersson?"
Questa domanda se l'era già fatta tante volte, ma sempre inutilmente. Anche adesso non sperava neanche di trovare una risposta. Forse, tutto sommato, non era a lui che mancava qualcosa. Forse la spiegazione vera era che Dio e gli uomini erano ingiusti verso di lui?
Arrivato a tale conclusione, scostò le mani dagli occhi e cercò di darsi un'aria spavalda.
"Se riuscirai mai a rientrare nella tua casetta, mio caro Jan Andersson", disse, "non devi neppure rivolgere uno sguardo al marmocchio. Devi soltanto avvicinarti al camino e metterti lì e scaldarti, senza dire una parola". […]
Stava giusto per alzarsi, quando la padrona di Falla comparve all'entrata della legnaia. Gli fece un cenno con grande gentilezza e lo invitò ad entrare nella casa per vedere il neonato. […]
Al primo sguardo Jan Andersson vide che lì dentro tutto era a posto e in ordine. La caffettiera stava a raffreddare sul bordo del focolare, sulla tavola presso la finestra erano disposte le tazze da caffè della padrona di Falla sopra una tovaglia candida. Kattrinna era a letto e due donne, andate là per aiutare, si erano messe vicine al muro, perché Jan potesse vedere con un unico sguardo tutto quello che avevano preparato.
In mezzo, davanti alla tavola apparecchiata, stava la levatrice con un fagotto fra le braccia.  
Jan non poté fare a meno di pensare che per una volta si sarebbe detto che era lui il personaggio più importante della compagnia. Kattrinna lo guardava dal letto con uno sguardo tenero, come a chiedergli se era soddisfatto di lei. Anche le altre volgevano gli occhi verso di lui, quasi attendessero elogi per tutto il disturbo che si erano prese per conto suo.
Ma non è così facile essere contenti, quando per una giornata intera si è rimasti seduti ad accumulare rabbia e freddo. […]
Allora la levatrice fece un passo avanti. E la casetta era così piccola che con un sol passo gli arrivò praticamente addosso e gli mise fra le braccia il neonato. 
“Ecco qui, Jan, è una pupa, ed è quel che si dice una bellezza”, disse. 
E Jan Andersson si trovò lì a tenere tra le mani una piccola cosa calda e tenera avvolta in un grande scialle. Lo scialle era ripiegato in modo da lasciargli vedere il visetto rugoso e le manine avvizzite. Stava lì impalato e si chiedeva che cosa si aspettavano che se ne facesse, le donne, di quel fagotto che la levatrice gli aveva messo fra le braccia, quand'ecco all'improvviso sentì una scossa che fece tremare lui e la bambina. Non veniva da nessuna delle persone presenti, eppure non riusciva a rendersi conto se fosse stata la piccina a trasmetterla a lui o lui alla piccina. E subito il cuore cominciò a battergli nel petto come non era mai accaduto prima, e di colpo non si sentì più intirizzito, né triste, né irrequieto, né arrabbiato e gli parve invece di star proprio bene. La sola cosa che lo inquietava era di non riuscire a capire perché il cuore dovesse battere e martellare in quel modo nel suo petto, dal momento che lui non aveva né ballato, né corso, né si era arrampicato su per montagne scoscese.
"Vi prego", disse alla levatrice, "mettete la mano qui, e sentite! Mi sembra che il cuore batta in un modo così strano".
"E proprio batticuore", asserì la levatrice, "forse ci andate soggetto ogni tanto?"
"No, non l'ho mai avuto prima ", assicurò Jan. "Mai in questo modo".
"Non vi sentite bene, allora? Avete male in qualche posto?"
No, no davvero.
La levatrice non riusciva a capire che cosa gli succedesse. "Ad ogni buon conto vi prendo la bambina", disse.
Ma allora Jan sentì che non voleva staccarsi dalla piccina.
"No; lasciatemela tenere ancora, la bimbetta", replicò.
E le donne dovettero leggere nei suoi occhi, udire nella sua voce, qualcosa che le rese allegre, perché la levatrice increspò le labbra e le altre scoppiarono addirittura in una gran risata.
"Non era mai capitato prima di voler così bene a qualcuno da avere il batticuore per causa sua?", chiese la levatrice. 
“No", rispose Jan.
E nello stesso istante capì cos'era stato a far battere il suo cuore. E non soltanto questo: cominciò anche a intuire cosa gli era mancato per tutta la vita. Perché chi non sente battere il cuore nel dolore o nella gioia non può di certo essere considerato un vero essere umano.



16 febbraio 2026

Cara Agatha Christie

Nel gennaio 1976, esattamente mezzo secolo fa, moriva la scrittrice britannica Agatha Christie. Parlare della sua vita e delle sue opere, proprio in questo periodo di celebrazioni per il cinquantenario della scomparsa, è sicuramente appropriato. 

Personalmente, essendo una lettrice (quasi) onnivora, ho apprezzato alcuni dei suoi romanzi; non posso tuttavia definirmi un'appassionata - tantomeno un'intenditrice - di narrativa "gialla". Lascio quindi la "parola" a chi conosce e ama la storia, l'opera, il valore anche sociale di Agatha Christie.

In particolare, a chi fosse interessato suggerisco un bel podcast a puntate disponibile gratuitamente su Raiplay Sound: "Cara Agatha. Dieci lettere alla regina del giallo". 

Un lavoro interessante e piacevole da ascoltare, «omaggio appassionato e rigoroso a una figura che ha cambiato per sempre il modo di raccontare il crimine e l'enigma, trasformando il giallo in uno specchio della società e della natura umana»

Si tratta di un viaggio ideale nel tempo e nello spazio, «dalle strade della Londra di Sherlock Holmes fino all'Inghilterra delle dimore di campagna e delle canoniche Hercule Poirot e Miss Marple, per raccontare la nascita del giallo moderno e i suoi meccanismi narrativi. Attraverso interviste, racconti di viaggio e riflessioni letterarie, il podcast ricostruisce l'età d'oro del romanzo poliziesco negli anni Venti, le regole del Detection Club, il ruolo innovativo delle scrittrici e la centralità del metodo investigativo, tra indizi, deduzione e psicologia. Un percorso che mette in dialogo Agatha Christie con il suo tempo e con la modernità, fino a sorprendenti accostamenti culturali e letterari»

Il podcast lascia anche ampio spazio all'indagine biografica: «da Torquay, città natale dell'autrice, a Greenway, la sua casa sul fiume Dart, passando per i luoghi simbolo dei suoi romanzi. Emergono le passioni di Christie – come quella per i veleni – e la genesi dei suoi personaggi più celebri, primo fra tutti Hercule Poirot. Al centro anche alcuni nodi cruciali della sua opera...».




10 febbraio 2026

Sempre tornare

Se nei suoi primi due romanzi ("La casa degli sguardi" e "Tutto chiede salvezza") Daniele Mencarelli ha raccontato la maturità del suo tormento interiore, nel terzo - "Sempre tornare" - fa un passo indietro, e mette a nudo le origini della propria inquietudine. 

Estate 1991. Daniele ha diciassette anni. Durante una vacanza con gli amici sulla Riviera Romagnola, dopo una difficile notte in discoteca decide di proseguire da solo, tornando a casa a piedi e in autostop. Senza soldi né documenti, affronta un lungo viaggio denso di incontri, prove, rischi concreti e duelli interiori. 
Sullo sfondo, come in filigrana, ogni pagina è accompagnata dalla complessità di un cuore inquieto che racconta se stesso e non si fa sconti.

Come assaggio, offro due passi significativi.
  • Il primo, in cui persino la freschezza dell’innamoramento è turbata dal senso del nulla che incombe, e avanza.
  • Il secondo, in cui la bellezza si impone allo sguardo, e "c'entra" con la vita.

-1-

«Adesso tocca a te.»
Mi siedo con difficoltà sul piccolissimo sedile. Ora è lei a poggiarmi le mani sulla schiena. A spingermi.
Il triciclo lungo la discesa raggiunge una velocità incredibile. Arrivo in derapata a un metro dal cancello, in una nuvola di polvere, quando mi giro vedo Emma piegata dal ridere.
A grosse falcate torno da lei, le allungo il triciclo. Lei non si fa pregare.
Questa volta la spingo con tutta la potenza che ho, le dita nella sua schiena. La lancio a tutta forza. Poi la lascio.
Emma va velocissima, urla come una matta.
È andato così tutto il pomeriggio, sino alla sua fine dentro l’ora di cena.
Due volte sono caduto io, una volta Emma. I visi neri di terra, sporchi, tra risate e mani che spingevano, toccavano. In un momento preciso, quando la luce è iniziata a scendere, tra il fiatone e la sete ho scoperto che esiste una sofferenza più grande della mia immaginazione. E ho pianto. 
Ho fatto attenzione a non farmi vedere da lei, e lei non se n’è accorta, Perché ho sentito la gioia come un castigo, ammazzata dal tempo che ci trascinava verso sera, e tutto farsi nero, dentro la notte, dentro il niente. 
Perché questo pomeriggio è dovuto finire? Perché Dio non lo ha fatto durare per sempre? 
Un sempre senza tempo. Io e lei.

-2-

La bellezza c’entra.
Quello che ora mi esplode negli occhi, lo spettacolo di questa serata che volge al suo compimento dentro la notte, diventa alimento per una parte di me che ancora non conosco, ma che c'è, esiste.
Non so come. Ma la bellezza c'entra. 
Dentro ogni colore acceso, a ogni battito di ciglia che rinnova lo stupore, io sento qualcosa, come un nome che chiede di essere trovato, e pronunciato.
Dentro la bellezza ci abita qualcuno.
Come ti chiami?
Siamo soli tu e io: esci fuori.
Non lo dirò a nessuno.
A parte il silenzio, non arriva risposta.
Non che la cosa mi sorprenda, vivo dentro le mie domande da quando ero un bambino che soffriva senza capirne il motivo. Esattamente come oggi.