Le serie TV ci hanno abituati al fenomeno degli spin-off. Ebbene: in "Io che ti ho voluto così bene" Roberta Recchia realizza uno spin‑off di "Tutta la vita che resta".
Il precedente romanzo ruotava intorno alla famiglia Ansaldo, sconvolta da un evento drammatico: nell’estate del 1980, durante una vacanza sul litorale laziale, la figlia sedicenne Betta viene violentata e uccisa. Con lei c’è Miriam, la cugina, che sopravvive ma resta segnata da un dolore silenzioso e paralizzante.
Nel secondo romanzo, quella stessa storia è rivissuta dal punto di vista di Luca, fratello minore del giovane che ha assassinato Betta. Quattordicenne sereno e intelligente, Luca vede la propria vita improvvisamente devastata il giorno in cui i carabinieri bussano alla porta di casa sua. La mamma, per proteggerlo, lo manda a vivere al Nord presso la famiglia dello zio Umberto; qui Luca dovrà ricostruire la propria esistenza e trovare un nuovo senso di fiducia in una possibilità di bene per sé e per chi ama.
In entrambi i romanzi emerge la centralità di temi cari all’autrice: le conseguenze traumatiche della violenza, il dolore e la vergogna, il senso di colpa e il vuoto interiore di fronte all’irreparabile; ma anche la forza degli affetti, il bisogno di rinascita, la potenza del perdono.
Nello stesso tempo, mentre il primo libro è una storia corale, il secondo è più vicino al romanzo di formazione: una vicenda intima, unica, filtrata dalla prospettiva di un adolescente che – incolpevole – ha ereditato un dolore enorme.
Tutto questo è sviluppato con la prosa delicata e intensa della Recchia, che riesce ad essere sempre emotiva, e mai retorica.

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